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Meta ha presentato Muse, il suo nuovo agente di intelligenza artificiale personale. La differenza rispetto ai chatbot che abbiamo imparato a conoscere è semplice: Muse non si limita a rispondere alle domande, può fare cose al posto nostro. Promette di gestire email, organizzare viaggi, fare acquisti, utilizzare servizi online e continuare a lavorare anche quando abbiamo chiuso l’app. Per ora è disponibile soltanto negli Stati Uniti e per gli utenti maggiorenni. Vediamo in cinque punti come funziona.
Non risponde soltanto, agisce
Muse appartiene alla nuova generazione degli agenti AI. Possiamo assegnargli un obiettivo e lasciare che individui le operazioni necessarie per raggiungerlo. Può, per esempio, prendere una ricetta salvata su Instagram, trasformarla in una lista della spesa, organizzare una cena e ricordarsi delle restrizioni alimentari degli invitati. Il salto è questo: dall’AI che suggerisce cosa fare all’AI che lo fa.
Può entrare nelle nostre app
Muse può collegarsi, sempre su scelta dell’utente, a posta e calendario, pagamenti, fitness e salute, musica, eventi, ristoranti, shopping e smart home. Se un servizio dispone di un’API può utilizzarla; se non ce l’ha, Muse può interagire con il sito attraverso un browser, come farebbe una persona. L’AI diventa così uno strato che collega servizi diversi senza costringerci ad aprirli uno alla volta.
Continua a lavorare senza di noi
La conversazione può finire, il lavoro dell’agente no. Muse può ricevere un obiettivo e continuare a occuparsene in background, tornando dall’utente quando serve una decisione o un’autorizzazione. Inoltre impara dalle conversazioni e dalle preferenze. È il passaggio da un’AI alla quale facciamo domande a un collaboratore digitale che segue un compito nel tempo.
Il problema è quanto possiamo fidarci
Più potere diamo a un agente, più sicurezza e privacy diventano decisive. Meta ha creato Muse Secure VM, un ambiente virtuale separato nel quale opera l’agente. Un secondo sistema, Sentinel, controlla le operazioni verso Internet. Muse non vede direttamente password e metodi di pagamento e per azioni sensibili, come inviare una mail o completare un acquisto, può essere richiesta la conferma dell’utente. È probabilmente questo il vero banco di prova degli agenti AI: essere abbastanza autonomi da risultare utili senza diventare incontrollabili.
5. Meta pensa a miliardi di Muse
Muse debutta negli Stati Uniti, per i maggiorenni, su iOS, Android e web e dovrebbe arrivare anche sugli AI glasses. Sarà possibile parlarci attraverso WhatsApp. Il servizio è gratuito, con abbonamenti per chi necessita di maggiore capacità di calcolo. Ma l’ambizione di Meta è molto più grande: costruire un agente utilizzabile in prospettiva da miliardi di persone. La prossima sfida dell’AI potrebbe quindi non essere avere il chatbot più intelligente, ma conquistare il diritto di agire al posto nostro.
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