Chi è, esattamente, il giovane laureato che decide di lasciare l’Italia per cercare lavoro altrove? A rispondere è l’ultima analisi di AlmaLaurea, pubblicata nel 2026, che ricostruisce con un dettaglio inedito i profili e le traiettorie dei laureati italiani occupati fuori dai confini nazionali. I dati restituiscono un identikit piuttosto definito: più orientato alle materie scientifiche e linguistiche che umanistiche, spesso cresciuto in una famiglia con almeno un genitore laureato, formato più di frequente in un’università del Nord e, in media, più brillante negli studi di chi resta.
Ma soprattutto, solo uno su 6 pensa prima o poi di tornare.
7800 giovani l’anno
Tre laureati triennali su 100 e cinque magistrali su 100 partono per lavorare all’estero appena dopo il titolo: in valore assoluto, 7.800 giovani ogni anno. Non si tratta di una parentesi che si chiude in fretta: tra chi si è laureato nel 2020, a cinque anni dal titolo la quota di chi lavora ancora fuori dai confini nazionali sale al 5% tra i triennali e al 6,3% tra i magistrali, segno che l’esperienza all’estero per molti si consolida nel tempo invece di esaurirsi.
Cosa hanno studiato.
Le lauree più “esportabili” sono quelle del gruppo scientifico, con il 7,5% degli occupati all’estero a un anno dal titolo che sale al 10,3% a cinque anni, e del gruppo linguistico (7,4% e 8,3%). Segue il gruppo informatica e tecnologie ICT, che mostra la crescita più marcata nel tempo: dal 6,4% a un anno si arriva al 13,0% a cinque anni, più del doppio. Completano il quadro i laureati in discipline politico-sociali e della comunicazione (5,9% e 6,8%) e quelli in ingegneria industriale e dell’informazione (5,4% e 9,0%).
Più uomini che donne
È più spesso un uomo che una donna. Tra i laureati del 2024 osservati a un anno dal titolo, lavora all’estero il 4,2% degli uomini contro il 3,3% delle donne, un differenziale di 0,9 punti percentuali. La distanza si amplia con il tempo: tra i laureati del 2020 osservati a cinque anni, la quota è del 5,9% per gli uomini e del 3,6% per le donne, ovvero 2,3 punti di differenza.
Partono i più brillanti
Chi parte è, in media, più brillante di chi resta, sia nei voti che nella regolarità degli studi. Lavora all’estero il 5,6% di chi ha ottenuto una media voti più alta dei propri compagni di corso, contro il 3,4% di chi ha una media inferiore. Anche i tempi di laurea contano: a cinque anni dal titolo è all’estero il 5% di chi si è laureato in corso o con un solo anno di ritardo, contro il 2,4% di chi ha accumulato due o più anni di ritardo rispetto alla durata prevista del corso.
La famiglia conta
Il background familiare conta. Tra i laureati del 2020, a cinque anni dalla laurea lavora all’estero il 5,6% di chi ha almeno un genitore laureato, contro il 4,1% di chi non ha genitori con un titolo universitario. Un differenziale che racconta come la mobilità internazionale resti, almeno in parte, legata alle risorse culturali ed economiche di partenza.
Vanno soprattutto in Germania e in Svizzera
La destinazione, per chi parte, resta quasi sempre europea: il 91,2% dei laureati italiani che lavorano all’estero si trova in un altro paese del continente. In testa la Germania, con il 15,2%, seguita da Svizzera (13,5%), Spagna (9,6%), Francia (9,5%), Belgio (7,7%), Paesi Bassi (7,6%) e Regno Unito (7,3%). Le Americhe assorbono il 4,5% dei laureati emigrati, l’Asia il 2,2%; Africa e Oceania restano marginali.
Si parte per poche opportunità o per fare ricerca
A motivare la partenza sono soprattutto ragioni di lavoro: tra i laureati magistrali osservati a cinque anni dal titolo, il 29,8% dichiara di aver lasciato l’Italia per la mancanza di opportunità lavorative adeguate nel proprio Paese, mentre un ulteriore 29,1% è partito dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro interessante da un’azienda con sede all’estero: insieme, queste due motivazioni professionali riguardano quasi sei laureati emigrati su dieci. Il 13,6% si è trasferito per motivi personali o familiari, il 12,2% ha trasformato un’esperienza di studio all’estero — Erasmus, preparazione della tesi, formazione post-laurea — in un’opportunità di lavoro stabile, mentre l’11,5% indica la mancanza di fondi per la ricerca in Italia come motivo del trasferimento. Residuale, appena il 3,1%, la quota di chi si è spostato su richiesta dell’azienda italiana per cui già lavorava.
Le borse o gli assegni di ricerca sono molto più diffusi tra chi lavora all’estero: ne beneficia il 16,9% dei laureati italiani occupati fuori dai confini nazionali, contro appena il 4,6% di chi è rimasto in Italia. È la controprova di quanto pesi, tra i motivi del trasferimento, la carenza di fondi per la ricerca nel nostro Paese.
Lo stipendio fa la differenza
La convenienza economica è netta e cresce nel tempo. A un anno dal titolo, i laureati magistrali che lavorano all’estero percepiscono in media 2.290 euro netti al mese, il 57,6% in più dei 1.452 euro guadagnati da chi è rimasto in Italia. A cinque anni dalla laurea il differenziale sale ulteriormente, al 59,9%: 2.941 euro all’estero contro 1.840 euro in Italia. Una parte della distanza è spiegata anche dalla minore incidenza del lavoro part-time tra chi lavora all’estero, che riguarda il 4,1% degli occupati contro il 6,4% di chi resta in Italia.
Anche oltre confine, però, resiste il divario di genere che caratterizza il mercato del lavoro italiano: tra i laureati occupati a tempo pieno all’estero, gli uomini guadagnano il 12,1% in più delle donne a un anno dal titolo (2.443 euro contro 2.180) e l’11,3% in più considerando l’insieme degli occupati all’estero (3.100 euro contro 2.785 euro). Un divario che, va detto, è comunque più ampio di quello osservato tra chi resta in Italia, dove a un anno dal titolo gli uomini guadagnano il 9,4% in più delle donne (1.585 euro contro 1.449). La fuga verso stipendi più alti, insomma, non cancella — anzi in parte accentua — le distanze che separano uomini e donne nel mercato del lavoro.
E gli stranieri che studiano in Italia?
Diverso, e per certi versi opposto, il profilo dei laureati con cittadinanza estera e diploma conseguito all’estero che hanno scelto l’Italia per gli studi universitari. Per loro il rapporto con la mobilità internazionale si inverte: il problema non è partire, ma decidere se restare. Il 30,8% di chi è occupato a un anno dal titolo lavora già fuori dall’Italia, quota che sale al 42,6% a cinque anni; la maggioranza, però, scegli ancora di rimanere per motivi lavorativi (67,9% a un anno, 56,2% a cinque anni).
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