Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat è una delle radiografie più complete dello stato del Paese. Ogni anno mette insieme economia, lavoro, demografia, consumi, disuguaglianze e trasformazioni sociali per raccontare come stanno davvero gli italiani. E l’edizione di quest’anno fotografa un’Italia che cresce poco, invecchia molto e continua a scaricare sulle famiglie – e soprattutto sulle donne – il peso della cura e della tenuta sociale. Secondo i primi dati, il Pil reale resta quasi fermo rispetto a quasi vent’anni fa, la povertà assoluta non rientra, il potere d’acquisto fatica a recuperare l’inflazione e la mobilità sociale si è inceppata.
Cinque numeri raccontano meglio di altri il Rapporto.
+1,9%
La crescita e salari ci rendono vulnerabili in Europa.
È quanto il Pil reale italiano è cresciuto rispetto al 2007. In pratica, in quasi vent’anni l’economia italiana è rimasta quasi immobile. Nello stesso periodo Francia, Germania e Spagna hanno registrato crescite vicine o superiori al 20%. Il dato racconta una lunga stagnazione che ha rallentato salari, investimenti e produttività. Le retribuzioni contrattuali nel 2025 hanno portato, per il secondo anno, a un recupero in termini reali ma rimanga una perdita di potere d’acquisto dell’8,6% dal 2019.
68,9%
Occupazione femminile e carichi di lavoro
È la quota di lavoro familiare svolta dalle donne all’interno della coppia. Nonostante l’aumento dell’occupazione femminile, la distribuzione del lavoro domestico resta quasi immutata da dieci anni. Al Sud il peso sale fino al 76%. L’Italia continua così ad avere uno dei tassi di occupazione femminile più bassi d’Europa: 53,8%.
34,3%
Povertà assoluta e welfare che non è sufficiente.
È la percentuale di persone che fornisce aiuti informali a familiari o conoscenti, in crescita dal 26,5%. Tradotto: sempre più welfare viene assorbito dalle reti familiari. Il sistema regge grazie al lavoro gratuito di cura, soprattutto femminile, mentre aumentano anziani soli, famiglie monogenitoriali e bisogni assistenziali. La povertà assoluta è raddoppiata nel 2012 e non è mai tornata ai livelli precedenti ed è aumentata ulteriormente nel 2020 e nel 2022. Anche nel ceto medio, il 16,1% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà.
27,1%
Giovani e l’ascensore sociale che non c’è più
È la quota di trentenni della generazione nata tra il 1980 e il 1994 che oggi occupa una posizione sociale più bassa rispetto a quella del padre alla stessa età. Quelli che migliorano la condizione familiare sono invece il 25,1%. Per la prima volta il rischio di retrocedere supera la possibilità di avanzare. È uno dei segnali più forti del blocco della mobilità sociale italiana.
67,8%
Natalità e inverno demografico.
È la quota di giovani under 34 entrati nel mercato del lavoro con un contratto a termine tra il 2024 e il 2025. Solo il 26,6% ha ottenuto subito un impiego stabile. Il risultato è una generazione più istruita dei genitori ma più fragile economicamente. E infatti, osserva l’Istat, il calo della natalità ha molto più a che fare con precarietà e incertezza che con la mancanza di desiderio di avere figli. Nell’Italia con la natalità ai minimi storici, 6,6 milioni di persone dichiarano di aver rinunciato ad avere bambini che desiderano. L’Istat segnala come tra i 9,8 milioni di persone tra i 18 e i 49 anni che esprimono l’intenzione di non avere figli in futuro, solo una piccola parte affermi che i bambini non rientrano nel proprio progetto di vita (il 5,5%).
Per approfondire.
In Europa il 20,1% dei giovani è a rischio povertà, contro il 16,8% della popolazione generale
Nel 2025 sono a rischio di povertà lavorativa il 10,2% degli occupati