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La repubblica tecnologica di Palantir in 22 punti. Più alcune considerazioni

Pubblicati sull’account social di Palantir i 22 punti fondanti della Repubblica Tecnologica, il libro scritto nel 2025 da Alex Karp e Nicholas W. Zmisk, rispettivamente Ceo e co-fondatore dell’azienda.  Il motivo del perché di questo “tweet” in questo momento è forse l’aspetto più inquietante: Perché ci viene chiesto spesso. Da chi non lo sappiamo ancora ma ad oggi 23 aprile il post ha ottenuto oltre 34 milioni di visualizzazioni. L’iniziativa più che una operazione di marketing editoriale “fuori tempo massimo” sembra più una chiamata alle armi alla Silicon Valley. Per ricordare, come se non ce ne fosse bisogno, quanto il clima è cambiato negli Stati Uniti per le Big tech.

Cosa dicono i 22 punti? 

Prima una premessa:  Alex Karp e Nicholas Zamiska non hanno scritto un manuale di gestione, hanno redatto la costituzione di una Repubblica Tecnologica che non accetta neutralità. Se la Silicon Valley per decenni ha giocato a fare la pacifista fatturando miliardi con i dati degli utenti, Palantir rompe il vetro dell’ipocrisia: il debito morale verso lo Stato si paga con il software da combattimento.

Il concetto è brutale nella sua semplicità: il soft power delle app che ci dicono come ordinare il sushi è una droga che ci ha reso pigri, mentre il mondo fuori brucia. Palantir, che a Wall Street pesa oltre 50 miliardi di dollari e macina contratti governativi come se fossero noccioline, ci sta dicendo che l’era atomica è un ferro vecchio da museo. La nuova deterrenza non si misura in megatoni, ma in capacità di calcolo. Detto senza romanticismi, se non costruiamo noi l’intelligenza artificiale per scopi bellici, lo faranno i nostri avversari che non perdono tempo in dibattiti etici nei talk show.

Dietro c’è una visione coerente, non improvvisata. È la visione di Peter Thiel, investitore, libertario anomalo, uno che da anni ripete che la Silicon Valley ha smesso di costruire il futuro e si è rifugiata nelle notifiche.

Negli ultimi vent’anni la tecnologia ha inseguito l’utente. Scroll, like, delivery. Margini altissimi, rischio basso, impatto politico minimo. Palantir dice: fine della festa. Il software torna a essere infrastruttura di potere, non intrattenimento. Non più il dito che scorre sullo schermo, ma l’algoritmo che decide sul campo di battaglia.

C’è una parola chiave che tiene insieme tutto: hard power. La Silicon Valley, secondo Palantir, ha vissuto di soft power, di narrazione, di valori esportati via piattaforme. Ma il mondo del 2026 non è quello del 2010. È più simile a una scacchiera che a un social network. E in questa scacchiera, scrive Karp, vince chi integra software e forza militare. Non è un caso che Palantir fatturi miliardi lavorando con eserciti e agenzie di intelligence. Dati, targeting, previsione: la guerra diventa un problema computazionale.

epa12902084 A screen of the Palantir Technologies company is seen at the Hanover Fair 2026 (Hannover Messe) in Hanover, Germany, 20 April 2026. The partner country is Brazil, which is positioning itself as a driving force for sustainable industrial transformation and renewable energy. Approximately 4,000 exhibitors and over 123,000 visitors from 150 countries are expected to attend. EPA/HANNIBAL HANSCHKE

Il ruolo dell’intelligenza artificiale. 

Dentro questa cornice, anche l’intelligenza artificiale cambia ruolo. Non è più solo copilota creativo o motore di raccomandazione. È deterrenza. Come lo è stata la bomba atomica nel Novecento. Il punto 12 è il più esplicito: l’era nucleare lascia spazio a quella algoritmica. Non si tratta di fermare lo sviluppo, ma di controllarne la direzione. Chi scrive il codice, controlla l’equilibrio globale.

È una visione che ribalta il mito fondativo della Silicon Valley. L’iPhone, simbolo di successo totale, diventa quasi un limite. Una gabbia dorata. Palantir accusa l’ecosistema tech di essersi rimpicciolito: troppo focus su app, advertising, ottimizzazione marginale. Poco coraggio industriale. Pochi progetti “grandi”. Thiel lo dice da tempo: volevamo auto volanti, abbiamo ottenuto 140 caratteri.

La visione politica. 

C’è poi un altro livello, più politico. Il manifesto è una critica frontale all’élite occidentale. Troppo prudente, troppo moraleggiante, poco efficace. La democrazia, secondo Palantir, non si difende con i valori dichiarati ma con la capacità di proteggerli. E qui entra un tema quasi novecentesco: il servizio nazionale, il sacrificio condiviso, il legame tra cittadino e Stato. Parole che nella Silicon Valley suonano quasi esotiche.

Il punto più controverso è culturale. Palantir rifiuta il relativismo. Sostiene che non tutte le culture producono gli stessi risultati. È una posizione che rompe con il consenso liberal degli ultimi decenni. E che avvicina Thiel a una corrente più dura del pensiero occidentale: meno inclusività astratta, più identità definita. Inclusione, sì. Ma “in cosa?”, chiede il manifesto. È una domanda politica, non tecnologica.

In filigrana si vede anche una battaglia interna alla stessa Silicon Valley. Da una parte le big tech consumer, da Apple a Meta, costruite sull’attenzione e sulla scala globale. Dall’altra aziende come Palantir, Anduril, SpaceX, che puntano su difesa, spazio, infrastrutture. Meno utenti, più contratti governativi. Meno engagement, più rilevanza strategica.

Il riferimento implicito a figure come Elon Musk non è casuale. Palantir difende chi prova a costruire “grandi cose” anche fuori dal mercato puro. È una rivalutazione dell’imprenditore come attore politico, non solo economico. Un tentativo di ridefinire il ruolo della tecnologia nell’Occidente. Meno comfort, più conflitto. Meno neutralità, più schieramento. La Silicon Valley, dice Palantir, deve scegliere: continuare a ottimizzare il tempo di schermo o tornare a essere un arsenale di innovazione strategica.

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