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cronaca

Madri più presenti, più esposte, più cariche: che cosa dicono i dati del più ampio forum sulla genitorialità di Reddit

 

Sarebbe da parlare più di mamme che non di genitori in generale, perché dal sondaggio in questione emerge che questo fenomeno riguarda fondamentalmente la parte femminile. Un ampio studio del Pew Research Center statunitense, basato sull’analisi della più grande community per genitori su Reddit e su un sondaggio rappresentativo della popolazione statunitense, mostra che la rete non è uno spazio neutro: riflette – e in parte rafforza – le disuguaglianze di genere nella cura.

r/Parenting come osservatorio sociale

Il cuore della ricerca è r/Parenting, il più grande forum dedicato alla genitorialità su Reddit, che a novembre 2025 contava oltre 8 milioni di iscritti. I ricercatori hanno analizzato tutti i post e i commenti pubblicati tra gennaio e luglio 2025: circa 30.000 post e 850.000 commenti, prodotti da oltre 110.000 account unici.
Non si tratta di un campione marginale o di nicchia. r/Parenting è diventato un vero e proprio spazio pubblico digitale dove la genitorialità viene discussa, negoziata e messa in discussione. Ed è proprio per questo che rappresenta un osservatorio privilegiato delle tensioni che attraversano le famiglie.

Madri più presenti, più esposte, più cariche

Il 34% dei genitori statunitensi visita community online dedicate alla genitorialità almeno una volta al mese, mentre un altro 34% lo fa solo raramente e il 33% non lo fa mai. Ma il dato medio nasconde una forte differenza di genere: visita regolarmente questi forum il 42% delle madri, contro il 22% dei padri. Non solo. Tra chi frequenta questi spazi, le madri partecipano attivamente molto più dei padri. Il 46% delle donne dichiara di aver scritto post o commenti sulle proprie esperienze genitoriali, contro il 30% degli uomini. La genitorialità online, in altre parole, ha una voce prevalentemente femminile.
Questo squilibrio non è solo una questione di abitudini digitali. Racconta qualcosa di più profondo: chi sente il bisogno – o il dovere – di cercare consigli, di confrontarsi, di “fare bene” il proprio ruolo. Le madri sembrano continuare a interiorizzare l’idea che la responsabilità ultima del benessere dei figli ricada su di loro, anche quando entrambi i genitori lavorano.

Il sondaggio mostra che i genitori più giovani (18-29 anni) le visitano regolarmente nel 45% dei casi, a fronte del 31% dei genitori tra i 30 e i 49 anni e del 17% di quelli sopra i 50; infine, i genitori con figli più piccoli mostrano maggiore partecipazione, con quasi la metà (47%) di chi ha un figlio minore di 5 anni che visita regolarmente questi spazi.

Chi fa cosa in famiglia

Quasi la metà dei post affronta almeno uno tra tre grandi temi: la divisione delle responsabilità genitoriali, l’uso della tecnologia da parte dei figli e le difficoltà economiche legate alla loro crescita.
Il tema più frequente è anche il più politicamente e culturalmente sensibile: chi fa cosa in famiglia. I post parlano di genitori che lavorano a tempo pieno ma continuano a occuparsi della maggior parte del lavoro domestico, di madri esauste che non riescono a “staccare”, di coppie che faticano a trovare un equilibrio tra lavoro retribuito e lavoro di cura.

La genitorialità come esperienza emotivamente faticosa

Uno dei risultati più netti dello studio riguarda il tono emotivo delle conversazioni. Il 48% dei post esprime emozioni prevalentemente negative: stress, rabbia, tristezza, paura, senso di fallimento. Solo il 5% racconta esperienze positive, come traguardi di crescita o momenti di orgoglio.
La negatività non è distribuita in modo uniforme. I post che parlano della divisione dei compiti genitoriali sono di gran lunga i più critici: quasi sette su dieci (68%) esprimono emozioni negative. È un segnale forte: la gestione concreta della cura resta uno dei principali fattori di conflitto e logoramento emotivo nelle famiglie.

Il carico mentale, raccontato in pubblico

Molti dei post analizzati parlano esplicitamente di burnout, di stanchezza cronica, di senso di colpa. Il cosiddetto mental load, il carico mentale– l’organizzazione invisibile della vita familiare – emerge come un tema centrale, anche quando non viene nominato direttamente.
Le community online diventano così uno spazio di riconoscimento collettivo: le madri scoprono di non essere sole, di condividere esperienze simili con migliaia di altre persone. Ma allo stesso tempo, questa esposizione continua può contribuire a normalizzare l’idea che siano loro a doversi occupare di tutto, cercando soluzioni individuali a problemi strutturali.

Tecno-ansia

Quasi un post su cinque riguarda l’uso della tecnologia da parte dei figli: smartphone, social network, videogiochi, tempo davanti agli schermi. I genitori discutono di limiti, controlli parentali, confronto con i coetanei.
Anche qui, il sottotesto di genere è evidente. La gestione quotidiana dello schermo – decidere quando dare un telefono, monitorare le app, affrontare i conflitti – viene spesso raccontata come un compito di sorveglianza continua, che si aggiunge ad altri doveri educativi già sbilanciati.

Più informati, ma anche più sopraffatti

Secondo il sondaggio, il 63% dei genitori che frequenta community online si sente più informato sul proprio ruolo. Quasi la metà si sente più connessa ad altri genitori. Ma il 38% dichiara di sentirsi più sopraffatto, travolto dalla quantità di informazioni, confronti e modelli educativi spesso contraddittori.
È una tensione tipica della genitorialità digitale: le community aiutano, ma al tempo stesso alzano l’asticella delle aspettative, soprattutto per chi già si sente sotto pressione.

Commenti solidali, comunità che reggono

Se i post sono spesso carichi di fatica emotiva, i commenti raccontano un’altra storia. L’88% dei commenti diretti è di supporto: consigli pratici, parole di incoraggiamento, condivisione di esperienze simili. Solo il 12% è critico o poco costruttivo.
Questo dato smonta l’idea che gli spazi online siano necessariamente tossici. Al contrario, r/Parenting pare funzionare come una infrastruttura informale di welfare emotivo, soprattutto in un contesto – come quello statunitense – dove i servizi pubblici di supporto alla genitorialità sono spesso limitati.

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