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scienze

Sempre connessi, sempre più zitti: la curva del silenzio che colpisce soprattutto i giovani

Tre minuti di voce in meno al giorno , 338 parole in media,  sembrano un’oscillazione trascurabile, un refuso statistico. Ma provate a moltiplicare quei centottanta secondi per quindici anni e vi troverete davanti a una crepa evidente: tra il 2005 e il 2019 abbiamo perso per strada un quinto del nostro parlato quotidiano, scendendo da una media di 16.000 a meno di 12.800 parole pronunciate ogni ventiquattr’ore.

A mettere nero su bianco questa progressiva dissolvenza dell’oralità è un’indagine pubblicata su Perspectives on Psychological Science da Valeria Pfeifer e Matthias Mehl, significativamente intitolata Sliding Into Silence. Il dato che balza all’occhio è secco: ogni anno perdiamo in media 338 parole al giorno.

La forza della ricerca sta nel metodo. Nessun questionario a crocette o autovalutazione su quanto tempo si passa a chiacchierare, strumenti da sempre viziati dalla scarsa lucidità con cui giudichiamo le nostre abitudini. Mehl ha applicato su scala longitudinale l’EAR, l’Electronically Activated Recorder, un registratore ambientale passivo che cattura frammenti audio casuali di pochi secondi durante la veglia dei partecipanti. Incrociando ventidue studi per un totale di quasi 2.200 individui tra Stati Uniti, Europa, Messico e Australia, i ricercatori hanno tracciato una curva di regressione che non lascia molto spazio all’interpretazione.

Un dettaglio metodologico fondamentale: l’arco temporale si ferma al 2019. Non stiamo commentando gli effetti del distanziamento pandemico o dei lockdown, ma un trend strutturale già consolidato da tempo. E la flessione non è omogenea: a registrare la caduta più ripida sono gli studenti e la fascia under 25, mentre la curva si addolcisce tra gli adulti.

La sovrapposizione cronologica con l’avvento dello smartphone e con l’ecosistema delle piattaforme di messaggistica asincrona è totale. Naturalmente, da bravi osservatori di numeri, dobbiamo ricordare che correlazione non significa causazione deterministica. La comunicazione non si è estinta; ha semplicemente cambiato stato della materia, migrando verso la digitazione, l’iconografia digitale, le notifiche e la fruizione passiva di contenuti.

Il punto critico sollevato dagli autori non è tanto la quantità di bit scambiati, quanto la natura del segnale. Parlare ad alta voce implica presenza, sincronia, esposizione all’imprevisto e una complessa architettura neurobiologica legata al tono e alla prosodia. Nel nostro ecosistema iperconnesso, dove siamo reperibili ovunque e in qualsiasi momento, l’atto fisico di articolare suoni verso un altro essere umano sta lentamente arretrando. Un paradosso quantitativo che descrive perfettamente il nostro tempo: non siamo mai stati così in contatto, eppure non siamo mai stati così zitti.