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scienze

Prevenzione in gravidanza: scopri come va nella tua regione

C’è un’Italia in cui più della metà delle neomamme riceve una visita domiciliare dopo il parto, in cui quasi nessuna madre fuma o beve alcolici durante la gravidanza. E c’è un’Italia in cui tutto questo accade molto meno, o quasi per niente. Non sono due Paesi immaginari: sono le due facce della stessa penisola, fotografate dalla terza edizione della Sorveglianza sui primi 1000 giorni di vita, promossa dall’Istituto Superiore di Sanità.
Tra luglio 2025 e gennaio 2026 sono state intervistate 64.789 madri in tutte le Regioni italiane, con un tasso di partecipazione del 93%. Un campione enorme, che permette di guardare dentro le abitudini delle famiglie italiane nei mesi più delicati — dal concepimento ai due anni di vita — con un dettaglio regionale che raramente si riesce ad ottenere. E quello che emerge è uno schema che si ripete, indicatore dopo indicatore: il Nord va meglio, il Sud arranca, e in mezzo c’è una distanza che non si misura in chilometri ma in opportunità, informazione e servizi.
Non è colpa delle donne. La domanda è se i servizi sanitari, medici di medicina generale in primis, stiano facendo abbastanza.

Una su 3 assume correttamente l’acido folico

Prima ancora del concepimento c’è una vitamina che dovrebbe già essere in circolo a livelli significativi nel corpo della mamma: l’acido folico — vitamina B9 — il quale andrebbe assunto almeno un mese prima del concepimento e fino alla dodicesima settimana di gravidanza.  Nel pool di Regioni il 93,2% delle madri ha riferito di aver assunto acido folico in occasione della gravidanza, ma soltanto il 35,4% lo ha fatto in maniera appropriata. La maggior parte delle donne ha assunto acido folico a gravidanza già iniziata, vanificandone quindi di fatto l’effetto preventivo.

Il 5,5% delle madri ha fumato in gravidanza

In calo rispetto al 6,4% del 2022, ma ancora troppo alto per una pratica i cui effetti negativi sono documentati senza ombra di dubbio: aborto spontaneo, parto pretermine, basso peso alla nascita, malformazioni congenite, morte endouterina fetale. E dopo la nascita, i bambini esposti al fumo passivo hanno un rischio aumentato di sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS) e maggiore vulnerabilità alle malattie respiratorie e all’asma.
La Provincia Autonoma di Bolzano è la “prima in classifica”, se proprio vogliamo classificare (solo il 3,2% delle madri ha fumato mentre era incinta), mentre il Lazio è maglia nera con il 7,9% delle donne in attesa che ha dichiarato di aver fumato. Ma il dato più sorprendente arriva dal periodo dell’allattamento, quando la quota di fumatrici sale in tutte le Regioni rispetto alla gravidanza. Come se la motivazione che aveva spinto molte donne a smettere durante i nove mesi si affievolisse una volta partorito. Le punte vanno dal 4% di Bolzano al 10,6% della Sicilia.
Poi c’è il fumo passivo. Il 34,4% dei bambini italiani — più di uno su tre — convive con almeno una persona che fuma in casa. Un numero che racconta quanto il problema travalichi le scelte individuali della madre e diventi una questione di ambiente domestico.

Alcol: una madre su 20 ha bevuto tre o quattro volte a settimana

Nessuna dose di alcol è sicura in gravidanza o in allattamento. Le evidenze scientifiche non lasciano margini di interpretazione: i rischi includono aborto spontaneo, malformazioni congenite, spettro dei disordini feto-alcolici (FASD) — una condizione permanente — difficoltà cognitive e relazionali, sindrome della morte improvvisa in culla.
Eppure il 7,4% delle madri ha consumato alcol in gravidanza almeno una o due volte al mese, l’1,1% tre o quattro volte e lo 0,4% due o più volte a settimana. E qui la geografia si rovescia rispetto agli altri indicatori: il consumo di alcol è più diffuso tra le madri del Nord Italia. In allattamento la situazione peggiora ovunque — in tutte le Regioni la quota è più alta che in gravidanza — e cresce con l’età del bambino.
Nella fascia tra gli 11 e i 15 mesi, la percentuale di madri che allattano e hanno riferito consumi di almeno tre o quattro volte al mese varia dal 4,5% della Sardegna al 13% dell’Emilia-Romagna. Come se con il passare dei mesi la percezione del rischio scivolasse via, sostituita dall’idea che ormai il bambino sia abbastanza grande da non risentirne. Non è così.

Una su 8 non usa sempre il seggiolino in auto

Gli incidenti stradali sono una delle principali cause di morte e disabilità nei bambini nei Paesi ad alto reddito. Il Codice della strada non ammette eccezioni: il seggiolino omologato è obbligatorio sin dal primo viaggio in auto, dal giorno della nascita. Eppure il 12,3% delle madri dichiara di non usarlo sempre: il 10,8% “non sempre”, l’1,5% addirittura “mai”.
E qui torna il divario geografico, questa volta con il Sud in coda: Puglia, Sicilia e Campania mostrano le prevalenze più alte di mancato utilizzo. Non è solo una questione di comportamento individuale — è un segnale che chiama in causa l’efficacia delle campagne di comunicazione e la presenza capillare di controlli sul territorio.

Vaccini: meno convinte di prima, e più divise

Il 74,4% delle madri intende fare tutte le vaccinazioni previste dal calendario. Una maggioranza, ma in calo rispetto al 76,1% del 2022. Il dato più rilevante, però, è la crescita di chi si ferma al minimo obbligatorio: dal 16,4% del 2022 al 21,2% di oggi. Quasi una madre su cinque rinuncia alle vaccinazioni raccomandate, quelle non obbligatorie per legge ma indicate dai pediatri e dalle autorità sanitarie.
La forbice regionale è ampia. In Sicilia solo il 63,6% delle madri vuole vaccinare completamente il figlio; in Basilicata si arriva all’84,6%. Venti punti di distanza che non dipendono dalle caratteristiche biologiche dei bambini, ma da come le famiglie vengono informate, accompagnate e sostenute nella scelta.

Visite dopo il parto quasi assenti al Sud

Solo il 18,3% delle madri ha ricevuto una visita domiciliare dopo il parto. Una percentuale bassa in assoluto — i sistemi sanitari più avanzati la considerano parte integrante dell’assistenza post-partum — ma che nasconde divari enormi tra le Regioni.
Nella Provincia Autonoma di Trento la riceve il 60% delle madri. In quella di Bolzano il 50,8%. Scendendo verso il Centro-Sud i valori crollano. Di quelle visite effettuate, il 52,6% è stato fatto da personale del Consultorio Familiare. Il 4,5% delle madri ha rifiutato quando la visita è stata proposta.
È un’occasione mancata su larga scala: le settimane successive al parto sono esattamente quelle in cui un occhio esperto può fare la differenza — per l’allattamento, per il riconoscimento precoce della depressione post-partum, per la sicurezza domestica del neonato. Che questa risorsa esista al Nord e manchi al Sud non è un dettaglio organizzativo: è una disuguaglianza di salute.

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