L’acqua non cade più come prima. Cade meno spesso, ma quando cade pesa di più. Uno studio pubblicato su Natural Hazards and Earth System Sciences e guidato dall’Università degli Studi di Milano con Consiglio Nazionale delle Ricerche, Norwegian Meteorological Institute e RSE S.p.A. ricostruisce 37 anni di precipitazioni orarie in Italia (1986–2022) usando dati di rianalisi ad alta risoluzione, celle da circa 50×50 km, dettaglio orario.
Non la pioggia media. Ma gli eventi estremi: quelli che superano la media dei massimi annuali locali. Il risultato è netto.
In estate, nelle aree prealpine tra Piemonte e Valle d’Aosta, Lombardia e Alto Adige, si passa da circa 10 eventi estremi l’anno negli anni ’90 a oltre 20 nel periodo recente. Un raddoppio.
In autunno, lungo alcune coste della Liguria, dello Ionio e della Sardegna, si sale da 2–3 episodi annui a più di 10.
Il segnale è coerente con la fisica del clima: mari più caldi aumentano l’evaporazione; un’atmosfera più calda trattiene più vapore (circa +7% per ogni grado, relazione di Clausius-Clapeyron richiamata dall’IPCC). Più energia disponibile, più precipitazioni concentrate in tempi brevi. Non è solo una questione meteorologica. È infrastrutturale.
Reti di drenaggio, versanti, sottostazioni elettriche sono progettati su statistiche del passato. Se la frequenza degli estremi raddoppia, la probabilità di sovraccarico cresce in modo non lineare. Un evento “raro” diventa ordinario. Lo studio insiste su un punto metodologico: integrare stazioni tradizionali e rianalisi. Le prime misurano punti. Le seconde ricostruiscono campi continui. Insieme riducono le zone cieche e migliorano la valutazione del rischio idrogeologico.
Il cambiamento climatico non modifica solo quanta acqua cade in un anno. Modifica come cade. Più concentrata. Più intermittente. Più estrema. Il dato italiano non è una proiezione futura. È una fotografia del passato recente. E il passato, in questo caso, è già cambiato.
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