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tecnologia

Le piccole e medie imprese italiane sono ancora troppo poco digitali. Ecco cosa misura il Digital Economy Society Index

Secondo l’ultimo rapporto Istat, nel 2021 il 60,3% delle piccole e medie imprese (Pmi) italiane ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale – metrica strutturata sui dati del Digital Intensity Index (DII) sviluppati dall’Eurostat. La media europea? Il 56%. Ma non c’è da cantar vittoria. L’obiettivo europeo per il 2030 è impostato al 90% e c’è dispersione a seconda del grado di tecnologie adoperate.

 Tutto ciò viene alla luce in un momento in cui il tessuto imprenditoriale italiano sembra si stia risvegliando dal brutto sogno della pandemia. Secondo quanto riportato dall’Osservatorio Competenze Digitali  sulle ricerche di personale ICT, l’emergenza sanitaria degli ultimi due anni ha penalizzato solo temporaneamente la crescita della richiesta di figure professionali specializzate nel digitale – con la pubblicazione nel primo semestre 2021 di circa 51.700 annunci dedicati alle figure tecniche dedicate a tali ambiti.

Numeri che parlano di una volontà di specializzazione e che si riallacciano a quanto affermato dagli analisti di Gartner  secondo cui la spesa mondiale per l’Information technology varrà 4,5 trilioni di dollari nel 2022 – pari ad un incremento del 5,1% rispetto al 2021.

Entriamo nei dettagli del rapporto Istat e cerchiamo di capire il grado di digitalizzazione delle imprese italiane.

Digitalizzazione all’italiana

Il Dii misura la disponibilità a livello di impresa di dodici differenti tecnologie digitali suddividendo le aziende in:

  • Imprese che hanno la percentuale di addetti connessi superiore al 50%;
  • Imprese che utilizzano ERP per condividere informazioni tra diverse funzioni aziendali;
  • Imprese che si connettono a Internet in banda larga fissa a velocità di download maggiore o uguale a 30 Mbit/s;
  • Imprese che hanno vendite via web maggiori dell’1% dei ricavi e vendite via web verso consumatori privati (B2C) superiori al 10% del totale;
  • Imprese che utilizzano almeno un IoT;
  • Imprese che hanno almeno un social media;
  • Imprese che adoperano CRM;
  • Imprese che acquistano servizi cloud di livello intermedio o sofisticato;
  • Imprese che utilizzano almeno una tecnologia IA;
  • Imprese che acquistano servizi cloud computing;
  • Imprese con il valore delle vendite online maggiore o superiori all’1% dei ricavi totali;
  • Imprese che posseggono almeno due social media.

 

Sulla base di tali metriche, si può dire che la digitalizzazione all’italiana ha dei numeri altalenanti. Questo perché, secondo quanto riportato dall’Istituto, sarà pur vero che il 78% delle imprese italiane con almeno dieci addetti si connette a Internet in banda larga ad una velocità di download maggiore o uguale a 30 Mbit/s, ma è anche vero che solo il 6% di tali imprese adopera una tecnologia di intelligenza artificiale (IA).

Il punto dolente, che appare più volte rimarcato nel rapporto, è che le aziende italiane siano molto ben strutturate su tecnologie di basso livello, mentre sulla digitalizzazione di strumenti ad alto contenuto innovativo, sono carenti o del tutto sprovviste.

Di seguito un grafico interattivo per fare chiarezza su tutte le percentuali riguardanti i dodici punti rientranti nel Dii.

 

Come cambiano i numeri per classi di addetti?
È tuttavia dovuta una distinzione a seconda della grandezza dell’azienda – calcolata nel rapporto considerando il numero degli addetti. Prendendo in esame l’indicatore sopracitato dell’utilizzo di una connessione in banda larga ad una velocità di download maggiore o uguale a 30 Mbit/s, il gap presente tra le aziende con più di duecentocinquanta addetti (il 94%) e quelle tra dieci e quarantanove (il 77%), è abbastanza marcato – benché resti alta la percentuale di utilizzo, ma sempre considerando il livello di innovazione molto basso di tale tecnologia.

 

Il divario più spinto è del resto attinente ad un altro indicatore, il secondo, quello riguardante le imprese che usano sistemi Erp (Enterprise resource planning). Qui le aziende da dieci a quarantanove addetti sono il 28%. Quelle con più di duecentocinquanta quasi l’80%. Uno scarto consistente, forse dovuto ad un’idea di ottimizzazione ritenuta troppo complessa per le imprese medio-piccole. Stessa cosa si potrebbe dire per le tecnologie dell’intelligenza artificiale che mostrano le peggiori percentuali di adozione.

Che cosa dice il Digital Economy Society Index
Ma ora che abbiamo capito il nostro grado di digitalizzazione, chiediamoci anche come siamo posizionati rispetto al livello europeo. A riguardo possiamo servirci del Digital Economy Society Index (Desi), un indice con cui “dal 2014 la Commissione europea monitora i progressi compiuti dagli Stati membri nel settore digitale e pubblica relazioni annuali sull’indice di digitalizzazione dell’economia e della società” basandosi su cinque aree di interesse: capitale umano, connettività, integrazione delle tecnologie digitali, sevizi pubblici digitalizzati e ricerca in ambito ICT.

Facendo una panoramica; il nostro Paese non è in un’ottima condizione rispetto alla media europea. Più precisamente, siamo al ventesimo posto (sui ventisette Paesi membri), con uno scarto rispetto alla media europea di sei posizioni, dietro a Croazia, Repubblica Cieca e Lettonia.

Tutto ciò va poi calibrato in ragione dello sforzo consistente da parte delle istituzioni europee in termini di finanziamenti del PNRR. Investimenti per altro attribuiti proprio per il focus progettuale sulla digitalizzazione italiana. Faccenda posta nero su bianco proprio nel rapporto del 2021 relativo ai livelli del DESI, in cui si legge: “per superare i ritardi e colmare il divario tra l’Italia e gli altri paesi dell’Ue sono necessari sforzi costanti e un approccio integrato alle politiche in materia di capitale umano, innovazione e competitività delle imprese. Una robusta attuazione delle iniziative intraprese negli ultimi anni e delle misure previste dal piano per la ripresa e la resilienza può rappresentare un importante cambiamento di passo e un’opportunità per promuovere la digitalizzazione in tutto il paese”.

Si potrebbe leggere tra le righe un pressing attuativo, tutt’altro che un semplice auspicio. Sicuramente avvalorato dai dati.