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cronaca

Mancano 60 mila infermieri. Il confronto dell’Italia con l’Europa

In questi mesi di pandemia abbiamo toccato con mano che senza personale non si può garantire un’adeguata offerta sanitaria che sappia far fronte a un’emergenza come questa, che la sanità territoriale è cruciale per non riversare tutto il peso della prevenzione e della Primary Health Care sugli ospedali, e che la qualità dell’assistenza sanitaria non si può misurare solo in termini di medici specialisti (ospedalieri e non) presenti sul territorio. I medici specialisti scarseggiano ovunque, a causa di una pianificazione miope che non ha prodotto sufficienti borse di studio per coprire il fabbisogno attuale e il turn-over. Gli infermieri sono fondamentali, e nel prossimo futuro lo saranno sempre di più. La loro carenza è stata esacerbata durante il picco dell’epidemia, considerato che molti di loro stessi sono stati contagiati dal virus.

Il problema è che ne mancano 63 mila: quasi 27mila a Nord, circa 13 mila al Centro e 23 mila al Sud. È la denuncia della FNOPI, Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche.
Il confronto europeo
Lo conferma l’OCSE nel rapporto annuale Health at a Glance 2020 . In media nei paesi dell’UE nel 2018 si contavano 8,2 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro i 7,4 del 2008. I tassi più alti erano in Finlandia, Germania (che contava 13 infermieri ogni 1.000 abitanti) e Irlanda, mentre l’Italia e la Spagna, risultavano fanalino di coda con 5.7 infermieri per 1.000 abitanti. Peggio di noi Cipro, Polonia, Lettonia, Bulgaria e Grecia. “Secondo il concetto di staffing, – commenta FNOPI – il rapporto cioè tra infermieri e numero di pazienti assistiti che secondo i parametri medi nazionali e internazionali, dovrebbe esserci un infermiere ogni 6 pazienti (ogni due nei servizi come pediatrie o terapie intensive e così via), mentre si assesta da anni a una media di 9,5 pazienti per infermiere con punte in alcune Regioni fino a 17-18 pazienti per infermiere.”
Gli infermieri sono molto più numerosi dei medici nella maggior parte dei paesi dell’UE, ma non in Italia. Nel 2018 il rapporto infermiere-medico raggiungeva i 4 infermieri per medio in Finlandia, superava i 3,5 in Irlanda, Svizzera, e Norvegia. In Italia invece nel 2018 si contavano meno di due infermieri per medico (1,4 per la precisione), contro una media europea (sottostimata, scrive OCSE) di 2,3.

Si prevede che la domanda di infermieri continuerà ad aumentare negli anni a venire a causa dell’invecchiamento della popolazione, mentre molti infermieri si stanno avvicinando all’età pensionabile. Le preoccupazioni per le crescenti carenze hanno indotto in molti paesi a investire nella formazione di nuovi infermieri e nel reclutamento di infermieri dall’estero. Gli infermieri con più esperienza e con i titoli adeguati possono migliorare l’accesso ai servizi e ridurre i tempi di attesa, fornendo la stessa qualità di assistenza dei medici per una vasta gamma di pazienti, compresi quelli con malattie minori e coloro che necessitano di follow-up di routine. “All’estero tutto ciò c’è già e gli infermieri, ad esempio in Spagna, Francia, Regno Unito, sono anche prescrittori di farmaci non specialistici e di presidi sanitari” commenta FNOPI. L’Italia in tutto questo è invece molto indietro.

Boom di iscrizioni at test d’ammissione ma pochi posti
A quanto pare la pandemia ha inciso sulle scelte dei giovanissimi: quella delle professioni sanitarie infermieristiche è la classe di laurea che nel 2020 ha visto una crescita percentuale nel numero di iscrizioni al test d’ammissione maggiore: +7,5% per infermiere e del +4,6% per infermiere pediatrico. È anche una delle lauree che permette di trovare velocemente lavoro: stando all’ultima rilevazione di Almalaurea, l’82% dei laureati e delle laureate nel 2019 già lavorava, e ha trovato lavoro appena dopo il conseguimento del titolo.
Eppure, i posti messi a disposizione per l’anno accademico 2021-22 sono molti meno di quelli richiesti dalla FNOPI. La Conferenza Stato-Regioni aveva identificato la necessità di in 23.719 posti necessari per le nuove matricole, ma alla fine i posti resi disponibili sono stati 17.394 posti per il corso di laurea in Infermieristica e 264 per Infermieristica pediatrica.

Che fare? Secondo la FNOPI le direzioni principali sono tre. “A breve termine si tratta di superare il vincolo di esclusività che oggi lega l’infermiere nel rapporto di lavoro con il servizio sanitario pubblico e la possibilità di esercizio libero professionale a supporto delle strutture sociosanitarie territoriali. A medio termine si dovrebbero ridefinire le regole di accreditamento delle strutture in relazione all’evoluzione dei bisogni dei cittadini; valorizzare la professione infermieristica nelle strutture socio sanitarie territoriali. A lungo termine infine si dovrebbe favore il rientro degli infermieri italiani emigrati all’estero con incentivi in termini contrattuali ed economici. Attualmente si calcola che lavorino all’estero circa 20.000 infermieri italiani.”