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finanza

L’oro della Banca d’Italia? Da quando c’è l’euro vale cinque volte di più

 

Nell’anno più buio dai tempi della guerra, con un reddito nazionale in caduta di circa nove punti e un debito pubblico lievitato di venti (la stima attuale è che si collochi attorno al 156% del Pil), il valore di mercato delle riserve auree della Banca d’Italia è cresciuto di 15 miliardi (+14%) e a fine dicembre ha toccato la cifra record di 121,7 miliardi. Il top dei top, per la verità, è stato segnato a fine luglio con un valore di 131,5 miliardi (+30% rispetto all’anno prima), altezza mai raggiunta nella storia e frutto del costante rally imposto dalla crisi al bene rifugio per antonomasia.

Da Lehman a Covid-19

L’ultima scalata di questo attivo del bilancio di Via Nazionale era cominciata a settembre 2018, quando il valore dell’oro a riserva era a 80,5 miliardi, ed è proseguita di pari passo con le quotazioni del metallo giallo e le oscillazioni del cambio euro/dollaro. Un’ascesa del 51% in soli due anni che segnala l’instabilità di fondo dei mercati finanziari, in perenne ricerca di motivi speculativi e porti sicuri. L’altra grande scalata, durata cinque anni tra il settembre 2007 (un anno prima del fallimento di Lehman Brothers) e il settembre 2012, aveva visto il valore crescere del 158%, da 41,8 a 108,2 miliardi.

Nessun dividendo per lo Stato

Dalle plusvalenze contabili generate dai nuovi valori dell’oro, vale dirlo subito, non arriverà alcun dividendo per lo Stato. Le cedole di quest’anno, che saranno ricche, verranno invece da un altro attivo, i titoli del debito acquistati nell’ambito dei programmi decisi dalla Bce, e che pure hanno fatto lievitare oltre ogni precedente il bilancio di Bankitalia. Ma questa, appunto, è un’altra storia. I nuovi valori dell’oro, come quelli delle riserve in valuta, verranno girati come di consueto in via prudenziale sui conti di rivalutazione. Così pretendono le regole contabili dell’Eurosistema: le riserve svolgono una funzione di cuscinetto sulle future oscillazioni dei cambi o diminuzioni delle quotazioni auree.

Baluardo di stabilità

La detenzione delle riserve consente, ad esempio, di soddisfare eventuali richieste di ulteriori conferimenti da parte della Bce  al verificarsi di determinate condizioni, si possono utilizzare per effettuare il servizio del debito in valuta della Repubblica ma anche per sostenere gli impegni presi con organismi sovranazionali, come il Fondo monetario internazionale. Rappresentano, in altre parole, un baluardo che, insieme alla forza dell’economia dell’eurozona, concorre a difendere il valore della moneta unica. A proposito, per amor di statistica vale a questo punto far notare che quando l’euro è entrato in circolazione, nel gennaio del 2002, le riserve in oro della banca d’Italia valevano 25,6 miliardi, quasi cinque volte meno di oggi.

Quarti al mondo per riserve

La Banca d’Italia è il quarto detentore di riserve auree al mondo, dopo la Federal Reserve statunitense, la Bundesbank tedesca e il Fondo monetario internazionale. Stiamo parlando di 2.425 tonnellate, ovvero 79 milioni di once: poco più di 4 tonnellate in forma di moneta (quasi 900mila pezzi, come segnala nel libro “Oro”, edito due anni fa dal Mulino, l’ex dg Salvatore Rossi), il resto sono lingotti. Nel 1999 la Banca conferì 141 tonnellate alla Bce per contribuire alla formazione della dotazione di riserve ufficiali di quest’ultima, e da allora i quantitativi non sono variati.

Doppio anniversario

Quest’anno si celebrano due anniversari interessanti nella storia dell’oro di Bankitalia: il 14 febbraio fanno 40 anni dal “divorzio” tra Palazzo Koch e il Tesoro, mentre il 15 agosto fanno 50 anni dall’annuncio con cui il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, chiuse per sempre la convertibilità in oro dei dollari Usa detenuti all’estero, eliminando così l’ultima traccia del gold standard internazionale. Il livello di oggi dell’oro è oltre 30 volte superiore a quello dei primi anni Settanta. Al netto dell’inflazione, uscita di scena ormai da qualche anno, l’investimento in oro resta un’ottima scelta. Ne prendano nota i cultori del Bitcoin: qui si ragiona per quarti di secoli ma i valori tengono. E infatti, come ricorda sempre Salvatore Rossi nel suo libro, il 40% dei lingotti e delle monete d’oro detenute ufficialmente a scopo di tesaurizzazione esplicita (30mila tonnellate su 70mila) sono nei forzieri delle banche centrali e dei governi.