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politica

Elezioni Usa: per The Upshot e FiveThirtyEight vincerà la Clinton

Dopo una lunga e durissima campagna elettorale, finalmente si vota. Ma chi entrerà nello studio ovale? I numeri indicano una vittoria della Clinton. Ma bisogna capire se sono corretti. Per riuscirci, conviene iniziare a mettere in fila quanto si sa di certo. O, quantomeno, di abbastanza sicuro. I sondaggi dicono che la candidata democratica avrebbe tre punti di vantaggio su Donald Trump a livello nazionale.

Un margine non sufficiente per cominciare a brindare e non solo perché quello che conta è il risultato nei singoli Stati. Il fatto è che venti giorni fa il distacco in favore della Clinton era di sei punti percentuali, una distanza che rendeva i democratici ragionevolmente sicuri di riuscire a vincere. Nel frattempo, però, il direttore dell’Fbi James Comey ha riaperto le indagini sulle e-mail dell’ex Segretario di Stato, chiuse poi domenica scorsa. Una mossa che, secondo l’analista Nate Silver, è costata ai Dem tre punti nei sondaggi. Merito, certo, anche di Trump che nonostante lo svantaggio non si è arreso e ha continuato la sua campagna elettorale.

Come noto, però, il dato a livello nazionale non conta per stabilire chi sarà il prossimo “leader del mondo libero”, come gli americani chiamano il loro presidente. Bisogna vincere le partite nei singoli Stati e accaparrarsi almeno 270 dei 538 delegati necessari per il trionfo finale. Ed è qui che la faccenda comincia a complicarsi. Secondo The Upshot, la sezione data del New York Times, la Clinton ha l’84% delle possibilità di vincere le elezioni. L’ex capo della diplomazia Usa sarebbe abbastanza certa di vincere in 23 Stati, che le porterebbero un bottino di 268 delegati. Basterebbe vincere i quattro del New Hampshire, dove The Upshot accredita alla candidata Dem un vantaggio di tre punti, per chiudere la partita.

Anche FiveThirtyEight, il blog di Silver, afferma che è più probabile una vittoria democratica. Seppure in questo caso alla Clinton venga riconosciuto un 66,9% di possibilità di diventare la prima presidentessa americana. Anche qui a livello nazionale il vantaggio dem è di circa 3 punti, ma vengono individuati 17 Stati da tenere sotto controllo: in 16 di questi perché i sondaggi hanno sempre dato un margine inferiore ai 5 punti di distacco tra i due candidati. In più c’è lo Utah, dove ai due contendenti si aggiunge Evan McMullin. Ex agente Cia ed ex funzionario proprio del Partito Repubblicano, corre come indipendente. E, nello Stato dei mormoni, è accreditato del 28% dei consensi, in sostanza gli stessi della Clinton. Anche se in realtà Trump ha dieci punti di vantaggio sui due sfidanti.

Assegnando quindi al candidato del Gop i delegati dello Utah, Clinton partirebbe comunque in vantaggio: 182 grandi elettori “sicuri” contro i 164 del suo sfidante. Ne resterebbero così da assegnare altri 192. La partita, insomma, sarebbe più che aperta. Ma, anche in questo caso, i numeri dicono che dovrebbero essere i democratici a sorridere alla fine. La situazione è questa:

 

In Maine, New Mexico, Minnesota, Wisconsin, Virginia, Michigan, Pennsylvania, Colorado e New Hampshire la Clinton ha un vantaggio che oscilla tra i 2,6 e i 6,2 punti percentuali (quest’ultimo dato si riferisce al Maine che assegna due delegati a chi vince a livello di Stato e uno ciascuno per i due distretti elettorali. Le previsioni parlano di un 3 a 1 per i democratici). Se i sondaggi venissero confermati, l’ex capo della diplomazia americana otterrebbe 90 delegati, sufficienti per superare la soglia fatidica di 270. Al contrario Trump, vincendo negli swing State che lo vedono in vantaggio, ovvero Ohio, Iowa, Arizona e Georgia, si fermerebbe a 216.

Non è finita: in ballo restano tre Stati: il Nevada, dove la Clinton è avanti di uno 0,2%, il North Carolina dove i due sfidanti sono alla pari, la Florida, dove Trump conduce per lo 0,1%. Rispettivamente, questi Stati assegnano 6, 15 e 29 delegati, per un totale di 50. Se anche il tycoon newyorchese se li aggiudicasse tutti e tre non riuscirebbe ad andare oltre quota 266 e dovrebbe dire addio allo studio ovale.

Insomma, se i sondaggi sono corretti, per i prossimi quattro anni gli Stati Uniti continueranno ad avere un presidente democratico. Il punto è capire se i sondaggi sono corretti. Un caso esemplare, in questo senso, è rappresentato dal Nevada e chiama in causa gli early voters. Ovvero coloro che hanno già espresso il loro voto. Sì, perché negli Usa è possibile recarsi alle urne anche prima della data delle elezioni. Ora, tra coloro che hanno fatto questa scelta nello stato di Las Vegas, giudicando in base a quanti sono iscritti nelle liste elettorali come democratici e quanti come repubblicani, la Clinton avrebbe un vantaggio di 6 punti percentuali. Se a questo si aggiunge che nel 2012 il 70% dei voti furono espressi prima della data delle elezioni, i democratici dovrebbero vincere senza problemi. Il fatto è che i sondaggi dicono tutt’altro: 

Fino a sabato, infatti, davano avanti Trump, seppure di qualche decimale. Il sorpasso della Clinton sarebbe avvenuto lunedì, ma siamo comunque al testa a testa. Per questo il risultato del Nevada rimane quello che gli americani definiscono “too close to call”. Ovvero in cui il margine è troppo ristretto per fare una previsione che sia più credibile di un azzardo. Su queste basi, la domanda che si sono posti gli analisti di FiveThirtyEight è questa: siamo di fronte ad un errore nei sondaggi? E, nel caso, l’errore riguarda solo il Nevada o si estende a livello nazionale? Il “guaio” è che la risposta sarà possibile averla solo a urne chiuse e schede scrutinate. Ovvero quando le previsioni sull’esito delle elezioni avranno perso ogni interesse agli occhi dell’opinione pubblica.