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tecnologia

Accelera la fuga in Uk delle startup italiane. Conviene emigrare a Londra?

 

Dealroom che puntualmente segue l’andamento degli investimenti in startup rileva che nel Regno Unito sono stati investiti nei soli ultimi sei mesi circa 2,4 miliardi di dollari. In Italia nel medesimo periodo la cifra rilevata è di poco superiore ai 72 milioni di dollari. L’Italia investe oltre trenta volte meno della Gran Bretagna quando si tratta di aziende innovative. Insomma è come se si giocasse in due campionati diversi e basterebbe solo questo per spingere un qualsiasi neo imprenditore italiano a riflettere doppiamente prima di decidere dove aprire la sua azienda. Non è solo la quantità di investimenti a rendere il Regno Unito il Paese europeo più favorevole alle startup, ma anche la facilità con la quale si apre e si gestisce un’azienda, la leggerezza della burocrazia e i costi relativi. Il vero motivo che dovrebbe spingere a scegliere un Paese come la Gran Bretagna per una nuova venture dovrebbe essere soprattutto, se non esclusivamente, quello di mercato. E quando si tratta di una startup i mercati sono di due tipi: c’è il mercato a cui si vuole vendere il prodotto o il servizio e il mercato dei capitali a cui attingere per finanziarsi e crescere più rapidamente. Sul secondo, come visto, non c’è partita quando i numeri si fanno importanti è solo sui grandi mercati finanziari globali che è possibile agganciare i grossi investitori i quali preferiscono puntare su aziende che operano in un regime fiscale, legale, burocratico che conoscono. Sul primo invece se si vuole, almeno all’inizio, vendere a consumatori italiani è più efficace, oltre che legalmente sostenibile, avere l’azienda in Italia. Questo sia perché si opera nel proprio mercato di riferimento, sia perché si evitano il rischi della cosiddetta “esterovestizione” che in pratica è la fittizia localizzazione all’estero della residenza giuridica di un’azienda che opera in Italia, allo scopo di godere di un regime fiscale più vantaggioso. Qui la versione online.

L’articolo è apparso a pagina 31 del Sole 24 Ore del 14 maggio 2016. 

Ultimi commenti
  • sonostufo1 |

    Penso siano abbastanza note le ragioni che potrebbero spingere gli Inglesi a ‘mollarci’.
    Hanno intuito che rinunciare alle elemosine-capestro della UE non è forse così dannoso come i SOLONI nostrani vogliono farci credere. Già non avere l’euro è un vantaggio; mollarci potrebbe rivelarsi un business.
    ALTRO CHE ‘CROLLO’ DELL’ECONOMIA MONDIALE. Da sempre, gli affari si fanno a Londra e si continuerà a farli lì. Il resto sono peanuts, come dicono loro.
    Certo, bisogna rimboccarsi bene le maniche e attendersi il meno possibile dall’assistenzialismo.
    In questo però siamo già maestri noi: le continue BOUTADES del segretario-premier rasentano ormai la barzelletta.
    Chissà mai quando impareremo a non essere più un popolo di “servi”!

  • rufus |

    il rischio in italia è alto . In qualsiasi momento un’accertatore può contestarti qualcosa di fantasioso e rovinarti . Chi può se ne va …Svizzera , Austria , UK . Non parliamo della giustizia civile da terzo mondo . Nessuno si fida delle istituzioni , sono letteralmente un rischio incontrollabile .

  • lucy5 |

    Ma come le startup non hanno il terrore della Brexit? sembra proprio di no….. nonostante le campagne di stampa ossessive verso il no all’uscita dall’unione sovietica europea!!

  • Felice |

    A mio parere a Londra si respira un’aria diversa dove a tutti e’ riconosciuto il diritto di proporsi ed anche vincere la sfida dei mercati. In Italia i meccanismi sono arcaici, senza garanzia, dove chi vince sempre e’ solo ed unicamente la fiscalità.

  • Nicola mescuglio |

    E tutto vero ma bisogna aver coraggio. Qui in Italia si pensa solo come portare via ad altri perché incapaci di fare ed inventiva.

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