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cronaca

Che fine hanno fatto i cristiani? La mappa di chi non va più in chiesa

In Europa, e in Italia ancora di più, il cristianesimo resta ancora un aspetto fondamentale dell’identità delle persone – ma la sua importanza si erode ogni anno che passa. Secondo uno studio  realizzato dal Pew Research Center, e condotto nel 2017 tramite 24mila interviste telefoniche in tutto il continente, la maggior parte degli europei si considerano cristiani, con circa un quarto di loro che invece dice di non aderire ad alcuna religione.

Sentirsi cristiano può significare cose parecchio diverse. Certo passa una discreta differenza, per esempio, fra chi frequenta regolarmente la chiesa e chi invece vi si reca più di rado oppure proprio mai, ma continua comunque a considerare la religione una parte importante della propria vita. I ricercatori hanno approfittato di questa distinzione per studiare quanti sono e dove vivono i cristiani praticanti e i non praticanti, e in cosa le loro idee sono simili o diverse rispetto alle persone non religiose. Per gli scopi dell’analisi, i cristiani non praticanti sono coloro che non vanno in chiesa più di pochissime volte l’anno.

Fra tutte le nazioni europee, l’Italia era ed è ancora oggi fra quelle che ospitano il maggior numero di cristiani rispetto all’intera popolazione. Se prendiamo soltanto chi va spesso in chiesa, in effetti, si tratta del singolo paese in cui queste persone rappresentano la fetta più ampia: il 40% del totale. Un gruppo altrettanto ampio poi è quello dei “non frequentanti”, mentre i non religiosi arrivano al 15% – fra i valori minori in Europa con Irlanda, Portogallo e Austria. Per fare un altro confronto, il valore mediano del continente, per chi va spesso in chiesa, è del 18%: meno della metà, dunque, di quello italiano.

L’Italia non è certamente unica per densità di cristiani. In Austria, Svizzera, Irlanda troviamo numeri molto simili, e in Portogallo persino un po’ maggiori, ma quel che ci distingue di più è proprio l’intensità di questi valori, espressa appunto nella maggiore probabilità di frequentare funzioni religiose che altrove.

Una delle differenze più importanti fra cristiani praticanti e non, è che i primi credono più spesso in Dio così come descritto nella Bibbia, mentre i secondi evocano anche tipi diversi di presenze spirituali. In generale invece li accomuna una minore tolleranza per immigrati e minoranze religiose, almeno rispetto agli atei o agnostici.

Rispetto a chi non crede in nessuna religione, infatti, entrambi i gruppi di cristiani sono più di frequente d’accordo con affermazioni secondo cui gli immigrati dal medio Oriente non sono onesti, che l’immigrazione dovrebbe essere ridotta, o ancora che l’islam è incompatibile con la cultura e i valori nazionali. Linea simile per quanto riguarda il rapporto con altre credenze: rispetto ai non affiliati, i cristiani risultano meno disposti ad accettare ebrei o musulmani nella propria famiglia.

I ricercatori hanno anche cercato di capire cosa ha separato, nel tempo, le persone dalla religione. Fra chi è stato cresciuto sotto qualche genere di credenza spirituale, la prima ragione citata per l’abbandono è di un graduale allontanamento. Questo “suggerisce che non c’è stato un evento particolare o una ragione specifica per il cambiamento“, mentre a voler cercare motivi dettagliati quello che emerge spesso è un disaccordo con le posizioni della chiesa su questioni come l’omosessualità e l’aborto. In Italia e Spagna, in particolare, fra le ragioni più citate compaiono anche gli scandali che hanno coinvolto istituzioni e leader religiosi.

La maggior parte delle persone in Europa occidentale si descrive come cristiana, spiega il rapporto, ma la percentuale di cristiani appare in declino soprattutto in alcune nazioni. E la perdita netta per il cristianesimo è accompagnata da una crescita nel numero di persone non affiliate ad alcuna religione“.

In ciascuno dei paesi studiati, i ricercatori hanno trovato che la fetta di chi si dice cristiani oggi è minore rispetto a coloro che sono stati cresciuti come tali dalla propria famiglia. La perdita netta di cristiani è maggiore in paesi come Belgio, Norvegia, Olanda e Spagna, mentre in alti paesi molto religiosi – fra cui proprio l’Italia – il calo è più contenuto. Il caso speculare è quello dei non religiosi, in aumento ovunque e con velocità maggiore in molte delle nazioni in cui il cristianesimo è in crisi.

Quantificare con precisione questo calo non è facile, perché molto dipende da cosa chiediamo alle persone. È uno di quei casi in cui usare una definizione o un’altra cambia molto i risultati, e comunque come si fa a stabilire esattamente cosa vuol dire essere religiosi? Al netto di questo problema però la tendenza è inequivocabile, e confermata anche da altre fonti.

I dati raccolti dallo European Social Survey sin dal 2002, spiegano i ricercatori del Pew Research, “mostrano in alcune nazioni una continuazione di questo trend di lungo termine. Il cristianesimo è declinato rapidamente in Belgio, Finlandia, Irlanda, Olanda, Portogallo e Spagna”, mentre in nove altre nazioni “la quota di cristiani è rimasta relativamente stabile o è calata solo di poco, a suggerire che il tasso di secolarizzazione varia parecchio da nazione a nazione, e potrebbe aver rallentato o essersi fermato di recente in alcuni paesi“.

Anche l’istituto nazionale di statistica, d’altra parte, calcola da tempo attraverso le proprie indagini quanti sono gli italiani che frequentano luoghi di culto, e quanto spesso. Anche in questo caso la percentuale di chi dice di non recarsi mai in chiesa – fra chi ha almeno sei anni – è cresciuta parecchio, passando dal 16% del 2001 al 22 nel 2016. In quindici anni, a conti fatti, letteralmente milioni di persone in meno.