Per misurare il riscaldamento globale un termometro non basta. Servono stazioni meteorologiche, satelliti, boe e modelli matematici. Il cruscotto degli indicatori climatici di Copernicus, il servizio europeo sul clima, raccoglie queste misure: temperatura dell’aria, calore degli oceani, livello del mare, ghiacci e gas serra. La diagnosi nasce dal confronto.
Il primo dato è lo scarto rispetto al passato. I climatologi lo chiamano «anomalia»: indica quanto la temperatura si discosta da un periodo di riferimento. Una stazione in montagna e una in pianura registrano valori diversi, ma possono mostrare aumenti simili. Questo permette di confrontare luoghi lontani e ricostruire una tendenza globale.
Copernicus combina sei serie di dati, comprese due «rianalisi»: ricostruzioni del clima che integrano osservazioni e modelli meteorologici. Attenzione però ai tempi. Un singolo anno sopra 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale non equivale al superamento della soglia dell’Accordo di Parigi, riferita al riscaldamento di lungo periodo.
Poi c’è il mare. Gli oceani assorbono circa il 90% del calore in eccesso accumulato dal sistema climatico. Satelliti, navi e strumenti immersi misurano quanto si scalda l’acqua. Altri satelliti inviano impulsi radar e calcolano l’altezza della superficie marina dal tempo impiegato dal segnale per tornare. Il livello sale perché l’acqua calda si dilata e i ghiacci terrestri fondono.
La solidità della diagnosi sta qui: strumenti diversi osservano fenomeni diversi, ma restituiscono un quadro coerente. La Terra accumula calore. Ogni misura aiuta a capire quanto, dove e con quali conseguenze.
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