Il nuovo lavoro include così 16 coppie infezione-tipo di cancro in più rispetto alla precedente rilevazione che risaliva al 2018, la quale aveva stimato 2,2 milioni di casi di cancro dovuti a infezioni a livello mondiale. Questo perché la ricerca scientifica in questi ultimi anni ha chiarito la solidità di nuove correlazioni fra infezioni e tumori, come per esempio quelli causati da HIV e MCV e una gamma più ampia di sedi tumorali riconducibili a EBV, HBV, HCV e herpesvirus associato al sarcoma di Kaposi. A questo si aggiungono dati più ampi e aggiornati sull’incidenza globale e stime perfezionate delle frazioni attribuibili. Per questo la differenza tra le due cifre non può essere letta come un semplice aumento.Il principale problema è l’Helicobacter
A pesare di più sono due agenti: Helicobacter pylori è un batterio responsabile di 760mila casi, pari al 4% di tutti i tumori. Subito dopo troviamo il papillomavirus umano (HPV), con 750mila casi e la stessa quota del 4%. Seguono il virus dell’epatite B (HBV) con 360mila casi (2%), il virus di Epstein-Barr (EBV) con 260mila (1%) e il virus dell’epatite C (HCV) con 160mila casi, meno dell’1%. Le epatiti B e C provocano infiammazioni croniche del fegato che se non trattate adeguatamente aumentano enormemente il rischio di ammalarsi di cancro al fegato, nel caso dell’epatite C ad esempio il rischio risulta fino a 10 volte superiore rispetto a quello della popolazione generale.
L’Helicobacter si trasmette mangiando cibi o bevendo acqua contaminati da liquidi gastrointestinali di persone infette, oppure per contatto diretto con la saliva, le feci o il vomito di chi ha già l’infezione. Per la diagnosi si usano di norma il test degli anticorpi nel sangue (il meno affidabile), il breath test, che analizza il respiro dopo che il paziente ha bevuto una sostanza liquida, il test delle feci e le biopsie durante la gastroscopia. Il trattamento prevede una terapia con antibiotici per circa 10-14 giorni, associati a un protettore gastrico per 4-6 settimane, al termine della quale un nuovo test (breath test, test delle feci o biopsia) conferma l’eradicazione del batterio.
A differenza dell’Helicobacter, il virus di Epstein-Barr non può essere debellato o eliminato completamente dall’organismo. Il virus di Epstein-Barr, detto anche herpes umano di tipo 4, è molto diffuso: si stima che il 90-95% della popolazione mondiale sia entrata in contatto con il virus, di solito durante l’infanzia. Si trasmette con lo scambio di saliva, con le goccioline prodotte da tosse e starnuti o condividendo oggetti come giocattoli, bicchieri e posate con persone infette. Nella maggior parte dei casi l’infezione passa inosservata e viene scoperta solo grazie alla presenza di anticorpi nel sangue; negli adolescenti e negli adulti può invece causare la mononucleosi infettiva, con febbre, faringite e ingrossamento dei linfonodi, che di solito guarisce senza conseguenze particolari ma in alcuni casi può dare complicazioni anche gravi. Dopo l’infezione acuta il virus non viene eliminato: resta in forma latente per tutta la vita, soprattutto nei linfociti B, e nella maggior parte delle persone non crea problemi. In alcuni casi, in presenza di altri fattori ancora poco conosciuti, può favorire lo sviluppo di tumori come il linfoma di Hodgkin, il linfoma di Burkitt, il carcinoma nasofaringeo, i linfomi cerebrali primitivi (nelle persone con sistema immunitario compromesso) e una forma rara di carcinoma gastrico. È inoltre associato ad alcune malattie autoimmuni, in particolare la sclerosi multipla, anche se un legame di causa-effetto non è stato ancora dimostrato.
Boom in Asia
La mappa dei tumori dovuti a infezioni è molto diseguale. Il maggior numero di tumori attribuibili a infezioni si è verificato in Asia orientale: 990mila casi, ossia il 42% del totale globale, con un tasso di incidenza standardizzato per età di 31,9 per 100 mila persone. La media mondiale si ferma a 22,7 per 100 mila. Tassi superiori alla media globale si registrano anche nell’Africa sub-sahariana (28,5), nell’Europa centrale e orientale (24,3) e nell’Asia sudorientale (23,1). Un’analisi mirata sul virus di Epstein-Barr ha inoltre mostrato variazioni regionali nella distribuzione dei tipi di cancro che il virus provoca.
Come si possono prevenire queste infezioni?
Gli autori indicano interventi di comprovata efficacia: la vaccinazione contro il papillomavirus umano (gratuita in Italia per gli e le adolescenti) e contro il virus dell’epatite B, lo screening e il trattamento per il virus dell’immunodeficienza umana, per l’Helicobacter pylori e per i virus delle epatiti B e C, le pratiche di iniezione sicura, l’accesso a preservativi e alla profilassi pre-esposizione per prevenire la trasmissione del virus dell’immunodeficienza umana, lo screening delle lesioni precancerose per i tumori della cervice uterina e dell’ano correlati al papillomavirus umano. Molte di queste strategie sono economicamente vantaggiose e ben consolidate, eppure restano sottoutilizzate a causa di barriere sociali, finanziarie e politiche, in particolare dove il bisogno è maggiore.
Per approfondire.
L’anno del forecast (anche in medicina)
Decisioni automatizzate, vite reali. Nella sanità del futuro, siamo ancora noi a decidere?
L’impatto del Covid-19 sulla salute mentale. Torna Data Analysis