Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
sport

Quanto contano i soldi nel calcio? Alcune considerazioni e qualche numero dopo la finale della coppa del mondo FIFA 2026

L’edizione del Mondiale 2026, la prima con il maxi-formato a 48 nazionali e 104 partite disputate tra Stati Uniti, Messico e Canada, va in archivio lasciando agli annali una serie di immagini molto “americane” a partire dalla formula scelta per lo spettacolo di metà partita della finale (come accade per il Superbowl) ed alcune scene di stampo social che hanno fatto discutere, ma con anche tante gare davvero interessanti e verdetti non sempre scontati.

In tutto ciò la Spagna si è laureata Campione del Mondo al termine di una finale batticuore vinta contro l’Argentina nei tempi supplementari, mentre sul terzo gradino del podio si è accomodata l’Inghilterra, capace di spuntarla sulla Francia in un’incredibile finale per il “bronzo”.

Al di là dello spettacolo offerto dal campo, la chiusura di un torneo così imponente offre il pretesto perfetto per affrontare una delle domande più dibattute da tifosi dello sport ma anche amanti dei numeri come noi della redazione di Info Data: quanto incide la ricchezza finanziaria del campionato nazionale di provenienza sul successo finale di una selezione al Mondiale? Essere ricchi in patria aiuta davvero a sollevare la coppa più ambita del pianeta?

L’ipotesi e il paradosso tra club e Nazionali

La tesi da cui prende il via questa nostra indagine nasce da un paradosso strutturale tipico del calcio contemporaneo incentrato sulla ricchezza commerciale e il potere d’acquisto che sono quasi interamente concentrati nei club e nelle leghe domestiche, dove si muovono i grandi capitali di sponsor, emittenti televisive e diritti d’immagine, mentre al contrario, la Coppa del Mondo la giocano (e la vincono) le rappresentative nazionali, ovvero entità che non si possono acquistare sul mercato delle quote societarie, ma che devono attingere dal serbatoio demografico e tecnico dei propri tesserati.

L’obiettivo dell’analisi è stato quindi quello di mettere a sistema queste due dimensioni apparentemente distanti: da un lato la potenza economica del torneo interno di ciascun Paese, dall’altro la reale capacità della propria squadra nazionale di spingersi fino in fondo nella competizione.

Per rendere il confronto scientificamente “valido”, l’indagine ha adottato un metodo di misurazione basato su due driver fondamentali.
Per quanto riguarda la dimensione economica, sono state utilizzate le stime di valore di mercato di Transfermarkt, il punto di riferimento internazionale per l’economia del calcio, ed il parametro scelto è il valore complessivo dei cartellini di tutti i calciatori che militano nella prima divisione di ciascuno dei 48 paesi partecipanti, uniformato in milioni di euro.
Per quantificare invece la prestazione sul campo, il percorso di ogni nazionale è stato tradotto in una scala numerica progressiva da uno a sette, attribuendo il punteggio minimo alle squadre eliminate nella fase a gironi e incrementando il valore a ogni passaggio del turno, fino a raggiungere il livello massimo assegnato alla Spagna vincitrice del torneo.

Nel grafico che segue le nazioni in esame sono state ordinate (in ordine decrescente) sulla base del valore complessivo dei cartellini e colorate in base al punteggio di avanzamento nel Mondiale, riportato sull’istogramma di sinistra.

 

Dall’incrocio complessivo dei dati si intuisce una correlazione moderatamente positiva, secondo cui il denaro concentrato nelle leghe interne fornisce un’ottima base di partenza per arrivare nelle fasi cruciali del torneo, ma non rappresenta affatto una garanzia automatica di vittoria.

Ad una prima lettura si nota una vera e propria soglia d’ingresso per il grande calcio: fatta eccezione per il caso argentino, nessuna nazionale è riuscita ad approdare alle semifinali senza poter contare su un campionato di provenienza con un valore di mercato superiore al miliardo di euro.

Necessità? Conseguenza? Sta di fatto che per competere per il podio pare servano atletismo, abitudine ai grandi palcoscenici e ritmi di gioco che solo i tornei ad altissima densità economica sanno garantire su base settimanale e che sembra si trasferiscano anche alla nazionale in questo gioco di dipendenze.

Tuttavia, quando si analizzano le singole realtà, la tesi di una vittoria “comprata dai campionati” inizia a mostrare vistose crepe, a partire dal vistoso paradosso inglese.

L’Inghilterra possiede di gran lunga la lega più ricca della Terra, con una Premier League che supera i dodici miliardi di euro di valore e stacca nettamente LaLiga spagnola e la Bundesliga tedesca, ciononostante, i Leoni si sono dovuti accontentare della medaglia di bronzo.

La ragione di questo apparente cortocircuito risiede nel fatto che la straordinaria ricchezza della Premier League permette di attirare i migliori fuoriclasse stranieri da ogni angolo del pianeta, ma è anche vero che, in questo modo, il campionato inglese finisce per finanziare indirettamente l’innalzamento del livello qualitativo delle altre nazionali, senza però riuscire a garantire il monopolio del successo alla propria selezione, pur potendo disporre di calciatori di primissima fascia per questa generazione.

Sul fronte diametralmente opposto si colloca quello che si può definire il modello dell’esportazione, di cui l’Argentina costituisce l’esempio più emblematico, avendo La Liga Profesional un valore commerciale stimato attorno al miliardo di euro, una cifra che equivale a meno di un dodicesimo della Premier League.

Eppure la Selección, campione in carica e sempre capitana dall’eterno Lionel Messi (che magari i numeri non possono descrivere a fondo come per tutti i grandi campioni), ha raggiunto la finalissima del Mondiale.

Le leghe sudamericane e africane, come dimostrato anche dal brillante percorso del Marocco giunto fino ai quarti di finale a fronte di un campionato locale da centosessanta milioni di euro, funzionano come vere e proprie incubatrici di talento: questi tornei crescono giovani campioni per poi venderli ai club più ricchi d’Europa, consentendo alla nazionale di beneficiare del livello tattico e atletico che i propri giocatori assimilano all’estero, a prescindere dalla ricchezza finanziaria della lega di appartenenza.

A completare il quadro intervengono i grandi flop economici, ovvero quei paesi in cui l’alto valore della lega domestica non ha prodotto alcun dividendo sul campo internazionale. La Germania (vera delusione di questa edizione con parziale “soddisfazione” italiana nella ricerca di qualcuno che potesse aiutare a sminuire la nostra terza mancata partecipazione consecutiva), pur vantando la terza lega più ricca del mondo con oltre cinque miliardi di euro di valore, è deragliata precocemente ai sedicesimi di finale.

Situazione analoga è stata registrata anche per la Turchia e per l’Arabia Saudita, uscite di scena già alla fase a gironi a dimostrazione di come un alto valore complessivo del campionato, spesso gonfiato dalla presenza di pochi club enormemente facoltosi o da ingaggi elevati per atleti a fine carriera, non rifletta una reale profondità competitiva a disposizione della squadra nazionale.

 

In conclusione, l’analisi dei dati dimostra che la risposta al quesito di partenza non risiede in un semplice sì o no, ma nella capacità strutturale di un movimento calcistico di coniugare risorse ed efficienza in cui i soldi del campionato interno sono indispensabili per costruire infrastrutture all’avanguardia, centri d’allenamento moderni e un movimento giovanile capillare.

Non è un caso che la vincitrice del Mondiale 2026, la Spagna, rappresenti il perfetto punto di equilibrio tra una lega d’élite dal valore superiore ai cinque miliardi di euro e una straordinaria cultura d’insegnamento calcistico nei settori giovanili (non solo calcistici).

Ad ogni modo, come dimostrato da alcuni esempi, la Coppa del Mondo conferma di non avere un prezzo di listino: la ricchezza di un campionato garantisce il biglietto d’ingresso per il tavolo dei grandi, ma una volta scesi in campo le logiche finanziarie cedono il passo all’identità tattica, al senso d’appartenenza e alla capacità di valorizzare i propri fuoriclasse nei contesti più competitivi.

Per allestire uno spettacolo settimanale il denaro è fondamentale, ma per conquistare la storia del calcio (a livello mondiale) serve (anche ed ancora) molto di più.

 

Qualcuno ne prenda nota.

Per apprfondire

 

E’ iniziato il Mondiale di calcio. Tutto quello che dovete sapere in cinque grafici

Speciale Mondiali: chi vincerà davvero? L’AI prova a predire il campione del mondo #Ascanio

La mappa dei Mondiali: solo 18 Paesi hanno ospitato la Coppa del Mondo dal 1930 a oggi

La geopolitica del Mondiale di calcio raccontata in quattro grafici

Il Mondiale si allarga: la mappa dei 48 Paesi racconta come sta cambiando il calcio global

I mondiali di calcio fanno guadagnare chi li organizza solo se a vincere è l’Italia