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Sei verità scomode sugli stipendi dei neolaureati

Almalaurea 2026 | Le retribuzioni dei laureati: un’analisi approfondita

Una busta paga da 1.770 euro netti al mese: questo lo stipendio medio nel 2024 per chi ha conseguito una laurea triennale in Italia nel 2019, secondo l’ultima nota Almalaurea. Un dato che racconta molto, ma non tutto. Dietro la media si nascondono differenze enormi — di genere, di facoltà, di tipo di contratto, persino di presenza o assenza di figli in famiglia — che trasformano un numero apparentemente rassicurante in uno specchio piuttosto impietoso del mercato del lavoro italiano, che fa sì che per un giovane vivere da solo sia oggi praticamente impossibile.

 

Con l’inflazione di fatto siamo fermi al 2021

Dopo due anni consecutivi di calo — causato soprattutto dall’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto senza che i salari si adeguassero — il 2024 segna una inversione di tendenza. A un anno dalla laurea, i triennali guadagnano in media 1.492 euro netti al mese (+6,9% rispetto al 2023), i magistrali 1.488 euro (+3,1%). A cinque anni, i laureati triennali arrivano a 1.770 euro (+2,9%) e i magistrali a 1.847 euro (+3,6%). La crescita c’è ed è misurabile. Il problema è il punto di arrivo: quei valori si riavvicinano soltanto ai livelli del 2021, l’anno record dell’intero periodo osservato. In altri termini, due anni di inflazione hanno bruciato guadagni che ci sono voluti altri due anni a recuperare. Il rimbalzo del 2024 non è quindi un progresso, è un ritorno alla casella di partenza.

Per parte delle lauree gli stipendi non superano i 1200 euro al mese

La scelta fatta a diciotto o vent’anni, davanti al modulo di immatricolazione, ha conseguenze economiche che si misurano per decenni. Tra i laureati magistrali, chi ha studiato ingegneria industriale e dell’informazione guadagna in media 1.783 euro già a un anno dal titolo; chi ha scelto informatica e tecnologie ICT è a 1.777 euro; chi ha intrapreso un percorso medico-sanitario e farmaceutico si ferma a 1.660 euro. All’estremo opposto, i gruppi psicologico, giuridico per la magistrale, scienze motorie, letterario-umanistico e arte e design si attestano intorno ai 1.200 euro mensili. La differenza tra il top e il fondo scala è di quasi 600 euro netti al mese, ogni mese, fin dall’inizio della carriera.

 

Gli uomini guadagnano di più fin dal primo giorno

Questa è forse la verità più scomoda, perché non riguarda le scelte fatte in aula studio, ma qualcosa di più strutturale. A un anno dalla laurea magistrale, gli uomini guadagnano già il 13,5% in più rispetto alle colleghe: 1.597 euro contro 1.407. A cinque anni, il divario sale al 16,8%: 2.012 euro contro 1.722. In termini assoluti, a parità di condizioni, gli uomini percepiscono in media 59 euro netti in più al mese rispetto alle donne. Il divario si riduce — ma non scompare — se si considerano soltanto chi lavora a tempo pieno e ha iniziato il lavoro attuale dopo la laurea: in quel caso, tra i magistrali, la differenza scende all’8,6% a un anno e al 13,7% a cinque anni. Esiste dunque una componente del divario legata alla diversa diffusione del part-time femminile, ma anche eliminando questa variabile il gap rimane sostanziale.

La laurea magistrale “vale” 76 euro in più al mese

Il vantaggio salariale che deriva dalla laurea magistrale, a parità di tutte le altre condizioni, è di 76 euro netti mensili rispetto a chi si è fermato alla triennale. Non è un valore da ignorare: nel lungo periodo si accumula, e spesso la laurea magistrale apre l’accesso a posizioni e carriere precluse ai triennali. In ogni modo il vero discrimine non è tanto il livello della laurea quanto la disciplina studiata. Un laureatotriennale in informatica guadagnerà quasi sempre più di un magistrale in lettere. Il titolo conta, ma il campo in cui si applica conta di più.

Stipendi sotto la soglia di povertà

I dati Eurostat ci mostrano infatti che in 20 anni il costo della vita è aumentato nel complesso del 49%: fare la spesa del 60%, i trasporti del 74% e i costi della casa (fra affitto e bollette) sono raddoppiati dal 2004 a oggi.

Istat ha costruito una piattaforma navigabile tramite la quale è possibile sapere per ogni città quale sia la soglia di povertà assoluta, a seconda del numero di componenti adulti e di figli. Questo indicatore rappresenta il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia per evitare gravi forme di esclusione sociale nel contesto di riferimento. Altrimenti detto: spese minime per condurre una vita accettabile, escluse quindi le emergenze. A Milano per esempio per due giovani fra i 18 e i 29 anni senza figli la soglia di povertà assoluta è 1.608 euro. A Roma 1.419 euro. Se c’è un bambino con meno di 3 anni saliamo rispettivamente a 1.774 e a 1.500 euro. Per un single a Milano la soglia di grave deprivazione è di 1.225 euro.

Con questi stipendi un giovane single non ce la fa a vivere da solo

La regola generalmente accettata in ambito finanziario è che l’affitto è sostenibile quando assorbe al massimo il 30-35% del reddito netto mensile. Per chi guadagna 1.500 euro netti — una cifra rappresentativa del primo anno dopo la laurea — un affitto sostenibile dovrebbe attestarsi intorno ai 450-525 euro al mese: impossibile per un appartamento in città.

I dati della piattaforma Idealista mostrano che in 10 anni i costi dell’affitto sono raddoppiati, portando il prezzo medio nazionale a 14,8 euro al metro quadro, a un passo dal massimo storico. Su un appartamento di 50 metri quadri — una misura realistica per chi vive da solo — significa un affitto di circa 740 euro al mese a livello nazionale. Già oltre la soglia di sostenibilità per chi ha appena iniziato a lavorare. Ma nelle città in cui si concentrano le migliori opportunità lavorative per i laureati, i numeri diventano ancora più difficili da reggere. A Milano il canone medio cittadino nel primo trimestre 2026 si attesta a 23,3 euro al metro quadro, il che significa circa 1.165 euro al mese per 50 metri quadri: quasi l’80% dello stipendio di un neolaureato al primo anno. Firenze è a 22,8 euro al metro quadro, Venezia a 21,6, Roma ha raggiunto il suo massimo storico a 19,2 euro al metro quadro e Bologna si attesta a 17,3 euro al metro quadro.

In pratica, nelle cinque città italiane con il mercato del lavoro più vivace per i laureati, trovare un appartamento — anche piccolo — entro la soglia di sostenibilità del 35% del proprio stipendio è diventato impossibile. Il risultato è che migliaia di giovani si trovano a scegliere tra rinunciare all’indipendenza abitativa, condividere appartamenti ben oltre i vent’anni, accettare lunghe pendolarità o sopportare un affitto che divora metà della busta paga. L’autonomia economica promessa dalla laurea non è solo una questione di stipendio: è una questione di mercato immobiliare che corre più veloce dei salari.

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