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In cinque grafici per sapere quello che dice l’Ai Index Report di Stanford di quest’anno

L’Artificial Intelligence Index Report 2026 di Stanford, giunto alla nona edizione può essere definito il check-up medico più accurato e spietato del nostro presente digitale. Stanford non si limita a fare sondaggi. È una fotografia scattata da un satellite ad altissima risoluzione che ci dice dove stiamo andando, mentre noi siamo ancora occupati a capire come funziona il navigatore. Nel report di quest’anno il messaggio  particolarmente chiaro: l’intelligenza artificiale ha smesso di essere una promessa per diventare una consuetudine, ma è un’abitudine che corre più veloce della nostra capacità di comprenderla. Il dato che emerge con più forza è la velocità di adozione. La Generative AI ha raggiunto il 53% della popolazione mondiale in soli tre anni. Per capirci, il personal computer e internet ci hanno messo decenni a fare lo stesso percorso. ”

“Il nuovo rapporto mostra che i modelli di intelligenza artificiale stanno ottenendo risultati rivoluzionari in ambito scientifico e nel ragionamento complesso, ma a un costo ambientale preoccupante. Gli Stati Uniti stanno investendo più di qualsiasi altro Paese nell’IA, ma faticano ad attrarre i migliori talenti. Nel frattempo, la trasformazione del mercato del lavoro causata dall’IA è passata da previsione a realtà, colpendo per primi i lavoratori più giovani“. 

Qui in cinque grafici presi dallo studio proviamo a riassumere i punti salienti. Per l’articolo completo invece clicca qui. 

 

Con l’aumento della potenza dell’intelligenza artificiale cresce anche il suo costo ambientale. L’addestramento di Grok 4, secondo le stime, avrebbe prodotto 72.816 tonnellate di CO2 equivalente: più o meno quanto 17 mila automobili in circolazione per un anno.
Anche il conto dell’energia corre. I data center dedicati all’IA hanno raggiunto una potenza assorbita di 29,6 gigawatt, un livello paragonabile al picco della domanda elettrica dell’intero Stato di New York. E c’è poi l’acqua, la risorsa invisibile dell’economia digitale: il solo fabbisogno idrico annuo legato all’inferenza di GPT-4o — cioè l’acqua usata per raffreddare i server o per alimentarli tramite energia idroelettrica — potrebbe superare quello necessario a garantire acqua potabile a 12 milioni di persone.
Per capire la scala del fenomeno basta un confronto: il fabbisogno energetico complessivo dei sistemi di intelligenza artificiale integrati è ormai paragonabile al consumo nazionale di elettricità di Paesi come la Svizzera o l’Austria.

 


Per anni l’America ha corso da sola nell’intelligenza artificiale. Modelli più grandi, risultati migliori, ricerca più influente. Oggi non è più così. La Cina è diventata il vero sfidante sistemico e il vantaggio statunitense si è assottigliato quasi fino a scomparire.
Dal 2025 in poi, la vetta delle classifiche si è spostata più volte da una sponda all’altra del Pacifico. DeepSeek-R1, nel febbraio 2025, ha agganciato il miglior modello Usa. A marzo 2026 Anthropic resta davanti, ma solo del 2,7%.
Gli Stati Uniti conservano un vantaggio nei modelli più avanzati e nei brevetti di maggiore qualità. La Cina però domina nei numeri: più pubblicazioni, più citazioni, più brevetti in totale, più robot industriali installati. La partita, ormai, non ha più un padrone unico.

L’IA migliora ovunque, ma non cresce in modo uniforme. I modelli più avanzati hanno ormai raggiunto o superato l’uomo in test di scienza di livello dottorale, ragionamento multimodale e matematica agonistica.
Il progresso è forte anche dove fino a ieri i risultati erano deboli. Gli agenti che operano su compiti reali sono passati, secondo Terminal-Bench, dal 20% di successo nel 2025 al 77,3% attuale. In cybersecurity il salto è ancora più netto: dal 15% del 2024 al 93% di oggi.
Restano però zone d’ombra. L’IA fatica ancora a imparare dai video, a generare sequenze davvero coerenti, a leggere correttamente l’ora, a pianificare azioni su più livelli, ad affrontare analisi finanziarie complesse e a superare alcuni esami specialistici.
Quanto ai robot di casa, la promessa resta in buona parte sulla carta: riescono a svolgere appena il 12% delle attività domestiche reali, dal bucato ai piatti.
Sull’intelligenza artificiale, esperti e cittadini sembrano vivere in due mondi diversi. Negli Stati Uniti il 73% degli esperti vede effetti positivi dell’IA sul lavoro. Tra il pubblico la quota crolla al 23%. Un divario di 50 punti che si ripete anche su economia e cure mediche.
La geografia della fiducia è altrettanto frastagliata. Tra i Paesi considerati, gli Stati Uniti registrano il livello più basso di fiducia nel proprio governo come regolatore dell’IA: appena il 31%. A livello internazionale, invece, l’Unione europea viene percepita come più affidabile degli Stati Uniti e della Cina nella gestione delle regole del settore.

 

I guadagni di produttività legati all’intelligenza artificiale stanno emergendo proprio in molti dei settori in cui l’occupazione entry level comincia a ridursi.
Gli studi segnalano aumenti di produttività compresi tra il 14% e il 26% in ambiti come il customer support e lo sviluppo software, mentre gli effetti risultano più deboli — o persino negativi — nelle attività che richiedono maggiore capacità di giudizio. Nonostante questo, l’adozione degli agenti di IA resta ancora sotto il 10% in quasi tutte le funzioni aziendali.
Il caso più evidente è quello dello sviluppo software, dove i benefici misurabili dell’IA sono più chiari. Negli Stati Uniti, tra il 2024 e oggi, l’occupazione degli sviluppatori tra i 22 e i 25 anni è diminuita di quasi il 20%, mentre il numero di sviluppatori più anziani continua a crescere.

Per approfondire.

L’Ai corre veloce e noi siamo ancora impreparati. Ecco cosa dice l’Ai Index Report di Stanford

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