Cosa accomuna il clima e i conflitti? Dal punto di vista statistico entrambi sono fenomeni caratterizzati dalla presenza di eventi estremi e per questo potrebbero seguire una distribuzione a coda grassa, dove gli eventi rari presentano una probabilità non indifferente di avvenire e portano con loro conseguenze disastrose. È sufficiente pensare al ciclone che ha colpito il Sud Italia e le Isole per pensare a un evento estremo che ha arrecato danni alla popolazione, oppure ai conflitti che imperversano nel globo e alle vittime che questi provocano, con numeri che superano quelli di scontri precedenti.
Ma intrecciare clima e conflitti non è solamente un esercizio teorico, bensì un approccio per comprendere quanto ogni area del mondo presenti un’esposizione al rischio derivante da cambiamenti climatici e dai conflitti. È ciò che il progetto di Climate-Conflict-Vulnerability Index (CCVI) vuole perseguire, analizzando sotto un unico punto di vista come clima, scontri e vulnerabilità di un paese possano combinarsi in un unico indice di rischio ai tre fattori sopracitati. I risultati offerti dall’indice godono di un elevato livello di granularità, non perdendo troppa informazione analizzando un paese nella sua interezza e tralasciando quindi osservazioni importanti che verrebbero diluite nella media complessiva, ma producendo valori per ciascuna piccola area. Sono tre i pilastri che compongono il CCVI: il clima e i conflitti rappresentano possibili rischi al quale aree del pianeta sono sottoposte, mentre le modalità con cui esse rispondono possono variare in base alla vulnerabilità dell’area stessa.
Il 30 gennaio 2026 è stata pubblicata la versione più recente del CCVI, che analizza lo stato del mondo nell’ultimo trimestre del 2025 e mostra come il mondo sia esposto a questa tipologia di rischio, sia separatamente che in maniera congiunta. Una delle forze dello studio è il dettaglio della risoluzione: ciascuna osservazione ha una risoluzione spaziale di 0.5° per 0.5°, il che significa che il globo è stato diviso in una griglia, dove ogni cella ha una dimensione di 0.5 gradi di latitudine per 0.5 gradi di longitudine.
Di seguito è possibile osservare i risultati aggiornati dello studio, tenendo a mente che ciascun quadratino esaminato è colorato in base al rischio che si sta osservando, con un colore che va dal chiaro, per un rischio più basso, allo scuro, per un rischio più elevato.
Clima
Il pilastro relativo al clima stima i rischi climatici e la relativa esposizione di una determinata zona geografica. Con questo tipo di rischio s’intende la presenza di condizioni climatiche che hanno il potenziale di causare gravi conseguenze alla società e includono ondate di calore e alluvioni, ma anche cambiamenti al livello medio di una determinata misura, come il livello del mare, la temperatura e le precipitazioni; inoltre, dato il crescente pericolo per la sicurezza umana, anche gli incendi vengono inseriti tra i possibili pericoli derivanti dal clima.
Lo studio del clima ai fini della produzione dell’indice prevede tre dimensioni: eventi estremi in corso, eventi estremi accumulati e cambiamenti nelle condizioni verificate nel lungo periodo: il motivo dietro la decisione di guardare ai rischi del clima sotto tre differenti punti di vista risiede nella possibilità di poter monitorare l’intero spettro temporale lungo il quale eventi climatici avversi si possono verificare, creando il rischio climatico, soggetto dello studio.
Conflitti
I conflitti minano la sicurezza umana sia direttamente che indirettamente. Oltre agli effetti diretti che uno scontro ha sulle vite umane e sulla loro integrità fisica, le altre conseguenze sono quelle che colpiscono le proprietà e le infrastrutture: il danno che ne consegue porta con sé gravi strascichi a livello sociale, economico e politico, distruggendo i mezzi di sussistenza degli individui e costringendoli a diventare degli sfollati. A livello economico, a compiere danni non sono solamente gli scontri effettivamente verificati, ma anche quelli “attesi”: una storia di conflitti in una determinata regione o guerre in aree vicine, con conseguente possibile allargamento del fronte, possono aumentare il rischio di violenza e impattare negativamente una popolazione.
Nel paradigma del CCVI il rischio derivante dai conflitti è definito come un qualsiasi atto di violenza armata che coinvolge almeno un gruppo organizzato. Tale definizione comprende le guerre all’interno di uno singolo stato e quelle civili, così come le violenze comunitarie (conflitto violento tra gruppi non statali organizzati attorno a identità condivise), quelle contro i civili e determinate forme di crimine organizzato: è il fattore “gruppo” a distinguere il rischio da conflitto usato nel CCVI dai singoli atti di violenza e crimine; al fine di catturare anche le tensioni che possono trasformarsi in conflitti e in generale il malcontento popolare, all’interno del CCVI si tiene conto anche di proteste e rivolte. Infine, si includono misure per determinare la gravità di uno scontro, all’interno dello specifico contesto politico, in modo da integrare il rischio indiretto provocato dalle violenze.
Vulnerabilità
Infine, c’è il terzo pilastro: la vulnerabilità. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), per vulnerabilità si intende la predisposizione ad essere negativamente affetti da qualcosa; più semplicemente, un’area si definisce vulnerabile se è in pericolo o se non è in grado di rispondere o adattarsi a danni gravi. La vulnerabilità è guidata da fattori demografici, sociali, economici, ambientali e politici, i quali tendono a interagire tra di loro e sovrapporsi a vicenda; come conseguenza, la vulnerabilità varia sensibilmente sia sulla scala temporale che geografica, ma anche in quella relativa all’aggregazione sociale: nazioni, città, quartieri, comunità e famiglie registrano livelli di vulnerabilità differenti.
L’indice non si ferma alla definizione fornita dall’IPCC, ma va oltre e considera anche i principi dettati dalla Feminist Foreign Policy (FFP), un approccio alle relazioni internazionali che pone la parità di genere, i diritti umani e la sicurezza umana al centro dell’azione diplomatica, economica e di difesa. Seguire la linea della FFP significa concentrarsi sulle dinamiche di potere dietro le principali disuguaglianze, che vanno dalle regole formali a quelle informali, passando per le norme che variano in base a ciascun contesto politico, economico e culturale: divisione iniqua del lavoro, accesso alle risorse, partecipazione nei processi decisionali possono essere esempi di problematiche in una scala più piccola, ma ci si può allargare a ingiustizie più grandi e parlare di disuguaglianze globali, commerci svantaggiosi ed elevato sfruttamento delle risorse. Tutte queste dinamiche producono una vulnerabilità ai rischi, con un’incidenza maggiore per i gruppi più ai margini.
Esposizione al rischio e vulnerabilità
Nella mappa successiva è possibile vedere il risultato combinato dell’esposizione al rischio climatico, a quello di conflitti e la vulnerabilità di ciascuna area, dove il giallo rappresenta l’esposizione al primo, il rosso al secondo e il blu descrive la vulnerabilità.
CCVI
Infine, l’indice che combina i tre elementi e disegna un quadro a livello globale del rischio climatico e di conflitti, tenendo conto della vulnerabilità. L’area più colpita sembra quella dell’Africa subsahariana, con particolare attenzione alla zona del Sahel, ma sono diverse le zone del mondo che presentano un CCVI elevato: ci sono, infatti, anche l’Ucraina, il Medio Oriente, l’Asia Meridionale e l’America Centrale.
Il CCVI è un indice che si prefigge un obiettivo importante e complesso: rappresentare l’esposizione a eventi avversi causati dal clima e dai conflitti violenti, tenendo in considerazione la vulnerabilità, cioè la capacità di rispondere e adattarsi agli episodi negativi, e di raggiungerlo ad elevati livelli di granularità. I risultati dell’indice permettono di valutare in maniera più organica come determinate aree del mondo siano esposte a particolari rischi e se siano in grado o no di rispondere in maniera adeguata agli eventuali eventi avversi, aiutando nelle politiche di mitigazione del rischio e della previsione di calamità, permettendo inoltre una possibile migliore organizzazione nella gestione della crisi.
Per approfondire.
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