Sono passati meno di quattro anni da quando OpenAI ha lanciato ChatGPT, il chatbot che ha portato i modelli di linguaggio al grande pubblico. Oggi l’intelligenza artificiale è in mano ai consumatori in forme diversissime: nei chatbot gratuiti e a pagamento, sui cellulari, nei motori di ricerca; e raccoglie diverse sfide: chi la usa e chi è contrario, chi utilizza ChatGPT e chi preferisce Claude, chi è ottimista e chi pessimista.
A indicare a che punto siamo con questa tecnologia è il Reuters Institute dell’Università di Oxford, che ha pubblicato il Generative AI and News Report 2026. All’interno ci sono i dati sulla crescita di questi sistemi e sul rapporto con gli utenti basati su 18.921 interviste svolte tra agosto e settembre 2026 in nove paesi. I confronti con il passato riguardano Argentina, Danimarca, Francia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti; Australia, Finlandia e Norvegia entrano nell’indagine quest’anno.
L’AI è diventata un’abitudine
In due anni il pubblico dell’AI è quasi triplicato. Il report mostra che, nei sei paesi confrontabili, il 51% degli intervistati utilizza i modelli almeno una volta alla settimana, contro il 34% del 2025 e il 18% del 2024.
1LINK: Uso settimanale e quotidiano dell’AI generativa
I modelli di linguaggio (LLM) sono poi più diffusi in alcune sottocategorie della popolazione: tra i più giovani, tra i più istruiti e tra i lavoratori cosiddetti high skill, che hanno cioè mansioni più qualificate. I più fidelizzati all’AI sono, ad esempio, ingegneri chimici o analisti di investimento anche perché, come osservano gli autori, in «alcune occupazioni il suo impiego può essere richiesto dall’organizzazione».
Tanto ChatGPT, ancora poco Claude
ChatGPT rimane il sistema più utilizzato: nei sei paesi della serie storica lo usa settimanalmente il 34% degli intervistati, contro il 22% del 2025.
2LINK I sistemi più utilizzati
Claude moltiplica per sette la sua diffusione ma, nonostante sia in gara per costruire gli LLM più avanzati (i cosiddetti modelli di frontiera), è ancora molto meno popolare del rivale ChatGPT.
Un fattore che può spiegare il sotto-utilizzo dei modelli di Anthropic e la grande diffusione di quelli di Google, Microsoft e Meta è che gli utenti «incontrano sempre più spesso l’intelligenza artificiale generativa in servizi che già utilizzano per altri scopi»; trattasi di “sistemi basati sull’intelligenza artificiale” come AI Overviews integrato nel motore di ricerca o Meta AI, presente nelle app di Facebook, Instagram e WhatsApp.
In questi casi, infatti, è facile che gli utenti si imbattano casualmente in strumenti di intelligenza artificiale – che sono ormai una parte imprescindibile delle esperienze digitali – piuttosto che scegliere autonomamente di usarli, e decidere quindi consapevolmente quale modello adottare.
Di chi ci si fida
Non tutte le AI sono uguali e la differenza non è solo nelle funzionalità, ma anche nel grado di affidabilità. Osservando il livello di “fiducia netta” – ovvero la differenza tra quante persone danno il modello come credibile e quante, invece, come inattendibile – possiamo vedere come i consumatori distinguano tra AI buone e AI cattive.
Tra gli LLM che possiamo ritenere generalmente conosciuti (escludendo cioè quelli che più dell’80% degli intervistati dichiara di non aver mai sentito nominare), vediamo tra i “buoni” modelli come ChatGPT, Google Gemini, Microsoft Copilot e Claude.
Poi ci sono quelli per cui la diffidenza è maggiore della fiducia: DeepSeek, Meta AI e Grok. Il primo è un LLM cinese, mentre gli altri due sono incorporati nei rispettivi social network; per questo è probabile che gli utenti non abbiano scelto questi modelli, bensì che li abbiano conosciuti nell’esperienza di utilizzo all’interno di piattaforme in cui sono integrati.
Lo studio sottolinea comunque che «l’opinione pubblica non ha ancora un’opinione su molti di questi sistemi di intelligenza artificiale, perché non ne è a conoscenza e non li ha utilizzati»; molti di questi, infatti, hanno ancora un’alta percentuale di utenti che affermano di non averne mai sentito parlare.
Più fiducia per gli anziani, più sfiducia per i giovani
Prendendo in analisi solo ChatGPT – che ha una “fiducia netta” positiva ed è l’AI più popolare – si possono scorporare le classi di età e notare che c’è una grande perdita di fiducia da parte dei giovani.
4LINK La fiducia in ChatGPT per età
Tra i 18-24enni il saldo positivo in ChatGPT passa da +36 a +23 punti: molti giovani hanno abbassato la loro opinione sul modello.
Mentre i più anziani mostrano una fiducia crescente, i più giovani – che sono anche i maggiori utilizzatori di questi sistemi – cominciano a maturare diffidenza, mostrando come più familiarità possa portare anche più esposizione agli errori, e quindi più consapevolezza sui limiti degli LLM.
Chi usa la tecnologia più complessa?
Gli stessi giovani sono, poi, anche quelli che sperimentano di più gli agenti – quei sistemi progettati per svolgere attività in più passaggi: usare siti e applicazioni, lavorare sui file, compiere azioni per conto dell’utente, anche autonomamente.
Per ora l’uso rimane limitato (il 14% ne ha impiegato uno nell’ultima settimana), ma esiste una grande differenza nelle classi di età: i giovani li usano, i più anziani no.
Chi conosce meglio l’AI?
Alla prova sulle conoscenze, ci si aspetterebbe che la classe di età che usa di più una tecnologia sofisticata come quella degli agenti sia anche più informata e più consapevole.
Per provare a misurare questa variabile i ricercatori hanno sottoposto agli intervistati cinque domande vero o falso, estratte da una serie di 52 quesiti. La scala si chiama SAIL4ALL e comprende funzionamento, capacità, limiti e impiego dell’intelligenza artificiale.
6LINK Conoscenze sull’AI per età, genere e istruzione
Il risultato medio è del 74% di risposte corrette e l’età non è un fattore rilevante: tutte le fasce si collocano fra il 73% e il 75%. Le differenze per età sono irrisorie, quelle tra uomini e donne anche; il vero motore della conoscenza e della consapevolezza è infatti l’istruzione: chi ha studiato di più è più cosciente del funzionamento dell’intelligenza artificiale.
Scienziati contro politici
Il giudizio sull’AI cambia anche in base a chi la utilizza: i ricercatori hanno chiesto agli intervistati quali effetti si aspettino sulla propria vita e sulla società dall’impiego della tecnologia in diversi settori, e nelle risposte emergono chiaramente differenze sulla base del contesto.
7LINK Gli effetti attesi dall’AI nei diversi settori
I cittadini giudicano male l’AI in alcuni ambiti. Il 36% degli intervistati ritiene che l’utilizzo da parte delle società di social network porterà effetti negativi sulla società, contro il 27% che pensa porterà benefici. Più male che bene anche, e soprattutto, per l’AI nelle mani del governo, dei giornali e dei politici; per quest’ultima categoria il 42% pensa ad effetti negativi sulla società.
Al contrario, è più positiva l’opinione sull’utilizzo dei modelli nelle società AI, nella medicina e nella scienza.
Ottimisti o pessimisti?
Esiste però una grande variabile che aiuta a distinguere i tecno-ottimisti dagli scettici: se e quanto, effettivamente, abbiano provato l’AI.
8LINK Ottimismo e pessimismo secondo la frequenza d’uso
In quest’ultimo grafico è chiara la guerra ideologica tra due grandi gruppi. Gli utilizzatori quotidiani dei modelli sono convinti che quasi tutti gli ambiti della società presi in analisi miglioreranno a fronte dell’adozione di queste tecnologie (con un’eccezione importante: i partiti politici). Dall’altro lato, coloro che non hanno mai usato l’AI sono pessimisti per tutte le categorie. A soli quattro anni dall’arrivo dei chatbot possiamo dire che lo scontro è solo iniziato.
Per approfondire.
I giovani uomini e le giovani donne si stanno allontanando tra di loro politicamente?