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Né felici né infelici: il benessere dei lavoratori italiani si ferma a metà strada. Cosa misura il Bef Index?

 

Il BEF Index dell’Osservatorio BenEssere Felicità fotografa un Paese in sospeso tra stipendi insoddisfacenti, ricerca di equilibrio vita-lavoro e incertezza sull’IA

Nel 2026 la maggioranza relativa dei lavoratori e delle lavoratrici italiani (43%) non si considera né felice né infelice. È quanto emerge dalla sesta edizione dell’Osservatorio BenEssere Felicità, iniziativa promossa dall’Associazione Ricerca Felicità e realizzata con il contributo di Ipsos Doxa. A fronte di questa neutralità diffusa, emerge un segnale incoraggiante: la quota di chi dichiara di sentirsi felice o molto felice (38% degli intervistati) è doppia rispetto a chi descrive il proprio stato d’animo in termini prevalentemente negativi (19%).

Nell’edizione 2026, l’Osservatorio ha introdotto il BEF Index, un indicatore sintetico che misura il benessere e la felicità legati al lavoro su una scala da 0 a 100. Il punteggio complessivo, pari a 50,6, restituisce l’immagine di un Paese che tende alla neutralità, ma con alcune differenze tra le sei dimensioni analizzate. L’area più solida è quella delle risorse personali: il capitale psicologico, che misura la capacità di reagire a pressioni, errori e ostacoli, ottiene 64,7 punti. A seguire, la percezione dell’impatto sociale dell’azienda (59,4) e il senso di crescita e realizzazione professionale derivante dal proprio lavoro (58,9). Più contenuti i punteggi relativi alla felicità generale (54) e al rapporto con le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale (52,5). L’area più debole è quella delle condizioni di lavoro e dei loro effetti sul benessere psicofisico, che si ferma a 41,7.

Lo studio ha coinvolto 1.000 lavoratori e lavoratrici tra 18 e 74 anni, appartenenti soprattutto alla generazione X (47%), cioè i nati tra la metà degli anni Sessanta e la fine dei Settanta, e ai Millennials (35%), con una presenza più contenuta della generazione Z e dei Baby Boomer (entrambi al 9%). Circa un intervistato su cinque è un lavoratore autonomo, mentre i restanti sono dipendenti, distribuiti in modo uniforme tra imprese di dimensioni diverse.

Al di là dei fattori più prevedibili, come l’appartenenza al ceto medio-alto o il ricoprire posizioni dirigenziali, i valori più alti del BEF Index si osservano tra i Baby Boomer (57,6) e i lavoratori che usufruiscono dello smart working (55,6). Registrano risultati superiori alla media anche gli autonomi (53,7) e chi possiede un titolo di studio elevato (53,3). Sul piano territoriale, i risultati peggiori si registrano nel Nord-est (47,3) e nelle aree rurali (47,4). Il quadro si ribalta sulla qualità percepita delle condizioni di lavoro: in questo caso sono i Baby Boomer a riportare il valore più basso (26,9, contro una media generale di 41,7), insieme ai dirigenti (31,8). Sopra la media la generazione Z (44,0), chi ha un titolo di studio medio (44,4), gli operai (44,4) e chi appartiene al ceto popolare (44,3). Si registra anche un certo divario di genere: le donne si fermano a 39,9 punti, contro i 43,1 degli uomini.

Secondo Sandro Formica, Direttore scientifico dell’Osservatorio BenEssere Felicità, questi risultati segnalano una trasformazione più profonda: «È una forma di stanchezza emotiva diffusa. Le persone reggono, fanno il loro lavoro, ma senza un senso stabile di serenità e pienezza. Viviamo un tempo in cui è facile sentirsi travolti. Tra guerre, instabilità geopolitica, trasformazioni tecnologiche e incertezza economica, la tentazione più diffusa è quella di proteggersi, abbassando l’intensità emotiva. È quello che vediamo nei dati: non una protesta, ma una sorta di anestesia emotiva. Il presente regge, ma la fiducia nel futuro è fragile. Questo non significa che le persone siano deboli. Al contrario, il capitale psicologico è alto, ma se continuiamo a usare la resilienza individuale come ammortizzatore di un sistema che consuma energia, prima o poi quella resilienza si trasforma in stanchezza. Per questo oggi parlare di felicità non è evasione dalla realtà. È una competenza concreta che ci permette di allenare il modo in cui stiamo al mondo e affrontiamo tempi difficili.»

A pesare è soprattutto la dimensione economica: il 43% degli intervistati ritiene il proprio compenso inadeguato, e questo ne fa la prima causa di stress legato al lavoro. È anche il secondo fattore di maggior impatto sulla soddisfazione, dopo l’equilibrio tra vita privata e professionale. La metà degli intervistati dichiara di voler cambiare impiego entro un anno, e la motivazione nettamente prevalente è proprio lo stipendio. Centrale anche il tema del welfare aziendale, che la maggioranza del campione (59%) considera un elemento decisivo nella scelta del datore di lavoro.

Nel rapporto con la tecnologia prevale l’incertezza. Poco più di un lavoratore su tre si sente pronto a collaborare con l’intelligenza artificiale (35%) o ritiene che possa migliorare la propria esperienza lavorativa (32%). Circa uno su quattro esprime timori per la propria carriera a causa dell’IA (25%) o teme una possibile sostituzione (24%), ma in entrambi i casi prevale chi non prende una posizione netta. Emerge anche una moderata fiducia nella capacità delle aziende di governare il cambiamento tecnologico: la quota di chi confida in un uso responsabile dell’IA (38%) supera quella di chi esprime un’opinione negativa (29%).

Per approfondire. 

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