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Libertà e diritti civili in calo a livello globale: ecco cosa rivela il report People Power Under Attack 2025

Il 73% della popolazione mondiale vive oggi con diritti civili limitati. Soltanto 39 Paesi su 198 possono essere considerati “aperti”, e cioè con libertà e diritti civili ampiamente garantiti, mentre sono 83 gli Stati che rientrano nelle categorie peggiori, “chiusi” o “repressi”. Questa è la fotografia delle condizioni globali di libertà e diritti civili che ci fornisce il report People Power Under Attack 2025, definito secondo gli studi condotti da Civicus Monitor, un’alleanza globale di organizzazioni no-profit e attivisti, con oltre diciassettemila membri provenienti da oltre 175 Paesi, che opera (fra le altre cose) sviluppando studi sui diritti civili.

 

Il metodo utilizzato

Per sviluppare annualmente lo studio, analizzando l’evoluzione delle violazioni di libertà civiche nel mondo, il Monitor di Civicus si serve di una rete di oltre venti organizzazioni della società civile, raccogliendo aggiornamenti regolari sulle condizioni di libertà di espressione, associazione e assemblea nei vari Paesi.

 

Le informazioni provengono da fonti locali verificate tramite processi di triangolazione e, una volta raccolti i dati, gli analisti passano a identificare e classificare gli episodi in cui le libertà civiche risultano limitate o violate. Ogni incidente viene dunque posto in rassegna per distinguere il tipo di violazione, gli attori coinvolti e le persone colpite. Questo metodo consente di individuare le tendenze globali e regionali della repressione civica, faccenda che ci porta a dire che, nell’ultimo periodo preso in considerazione dallo studio (e cioè dal primo novembre 2024 fino alla fine di ottobre 2025) il Monitor ha registrato ben 3.120 episodi di violazione delle libertà civiche.

 

Uno “spazio civico” sempre più ristretto

Diamo una definizione di “spazio civico”. Con questa terminologia ci si riferisce alle “libertà fondamentali di espressione, riunione pacifica e associazione, protezione della privacy, nonché i diritti di partecipazione inclusiva che garantiscono alle donne, ai giovani, alle minoranze linguistiche/etniche, alle persone con disabilità e ai gruppi sottorappresentati il pieno coinvolgimento nella vita politica, economica e sociale”.

 

Secondo i dati dell’analisi, solo il 7,2% della popolazione mondiale vive oggi in Paesi dove lo “spazio civico” è pienamente aperto o parzialmente limitato. Si tratta di un calo di 7,5 punti percentuali rispetto al 2024, che conferma un peggioramento globale delle condizioni per la società civile. Inoltre, quasi la metà delle oltre tremila violazioni documentate nell’ultimo anno riguarda la libertà di espressione, con più di 1.350 episodi registrati. Seguono le violazioni della libertà di assemblea pacifica, che rappresentano il 29% dei casi, e quelle della libertà di associazione, pari al 26,6%, con oltre 800 segnalazioni.

 

Un’altra faccenda che emerge dall’ultimo report di Civicus riguarda le pratiche repressive più diffuse, dove compare che la detenzione di manifestanti è stata documentata in almeno 82 Paesi, la detenzione di giornalisti almeno 73 Paesi e quella di difensori dei diritti umani in 71 Paesi. Questo, lo ricordiamo, solo nel 2025.

 

Sempre nel corso dello scorso anno, gli analisti hanno sottolineato una particolare preoccupazione suscitata dall’aumento delle violazioni nei Territori Palestinesi Occupati.ù

 

Un anno di forti tensioni

Nel 2025, le proteste globali contro crisi climatica, corruzione, disuguaglianze e abusi di potere hanno incontrato una risposta sempre più dura da parte dei governi. Nell’analisi si parla di almeno 82 Paesi dove sono stati registrati arresti di manifestanti, mentre in 70 si sono verificati episodi di interruzione forzata delle proteste e in 67 casi è stato segnalato l’uso eccessivo della forza da parte delle autorità. Il quadro globale mostra, dunque, un deterioramento evidente: protestare è diventato più rischioso. I governi rispondono sempre più spesso utilizzando metodi repressivi, si pensi alle mobilitazioni per il clima e le manifestazioni di solidarietà con la popolazione palestinese, spesso oggetto di repressione, divieti, procedimenti giudiziari e nuove misure restrittive che limitano la libertà di assemblea, soprattutto in Nord America e Australia, ma anche in Europa.

 

Nel report si citato, a titolo di esempio, diverse manifestazioni ritenute di particolare rilievo ed esemplificative: le manifestazioni a New York, negli Stati Uniti, quando centinaia di manifestanti sono stati fermati durante un sit-in davanti alla Trump Tower, mentre altri sono stati trattenuti per proteste contro importanti decisioni dell’amministrazione federale su temi legati alla Palestina; nei Paesi Bassi, quando più di 700 attivisti del movimento Extinction Rebellion sono stati arrestati durante un blocco stradale contro i sussidi ai combustibili fossili; in Irlanda, quando la polizia ha rimosso con la forza attivisti ambientali che protestavano contro il genocidio; nel Regno Unito, durante la campagna “Defend Our Juries”.

 

Cosa dire dell’Europa? E dell’Italia?

Il report non lascia spazi d’ombra e parla di un quadro generale in peggioramento che riguarda anche le democrazie europee, quelle tradizionalmente considerate solide, segnalando dunque un restringimento strutturale dello spazio civico anche nel vecchio continente.

 

Tre Paesi dell’Unione Europea hanno visto il loro rating passare (e peggiorare) da “ristretto” a “ostruito”, riflettendo un aumento significativo dei vincoli imposti alle libertà civiche. Parliamo di Francia, Germania e, purtroppo, anche dell’Italia.

 

In Francia la crescente mobilitazione popolare è stata accompagnata da una risposta governativa sempre più dura. Le tensioni politiche sotto la presidenza Macron riguardano in particolar modo la contestata Legge sul Separatismo che obbliga le associazioni a conformarsi a “valori repubblicani”, aumentando i controlli. Nel giugno 2025, grazie a queto impianto normativo, il Consiglio dei ministri francese ha avviato una procedura di scioglimento nei confronti del movimento antifascista La Jeune Garde e del gruppo Urgence Palestine.

 

In Germania la stretta governativa ha prodotto un’escalation senza precedenti: solo nei primi mesi del 2025 sono stati registrati quasi novemila procedimenti penali legati a proteste pro-Palestina. Attivisti, giornalisti e parlamentari hanno denunciato l’uso eccessivo della forza da parte della polizia, tra cui tecniche di contenimento, spray urticante e perquisizioni aggressive.

 

Anche l’Italia ha visto il proprio rating calare nell’ultimo anno, motivo per cui, a marzo 2025, è stata inserita nella Watchlist del CIVICUS Monitor. La causa è ascrivibile al Decreto Sicurezza, ritenuto “controverso” e considerato dagli esperti e attivisti del Monitor come uno dei provvedimenti più restrittivi degli ultimi decenni in materia di protesta. La legge, ricordiamolo, ha di fatto ampliato i poteri delle forze dell’ordine e introdotto limiti stringenti alla possibilità di manifestare, cosa che non è passata inosservata agli analisti dello studio.