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LeBron James è diventato il miglior marcatore di sempre

Ne servivano trentasei per battere il record e ne sono arrivati addirittura due in più.

Se siete appassionati di sport, dovreste sapere che la settimana scorsa è stato superato un primato che durava da decenni e che anche solo vent’anni fa sembrava impossibile da eguagliare.

Per chi non ne fosse a conoscenza, nella notte americana di martedì 7 febbraio (o se preferite, tra le cinque e le sei del mattino italiano del sottoscritto che puntualmente ha seguito il tutto in diretta) LeBron James è diventato il miglior marcatore di sempre per quanto riguarda i punti segnati durante la stagione regolare NBA, superando Kareem Abdul-Jabbar che aveva fissato l’asticella a quota 38387.

I trentotto messi a referto nella gara che, guarda un po’, si è disputata allo Staples Center di Los Angeles – in cui i biglietti a bordo campo sono stati venduti con prezzi anche a sei cifre – sono arrivati dopo un percorso cominciato diciannove stagioni fa a coronamento di un traguardo che, ironia della sorte, non è terminato con la ciliegina sulla torta visto che i Lakers hanno poi perso l’incontro per mano degli Oklahoma City Thunder.

Ma non sarà di certo una sconfitta di regular season a togliere l’alone di leggenda che circonderà per sempre il canestro, segnato in fade away (cadendo all’indietro) da LeBron – sul finire del terzo quarto – in prossimità del gomito sinistro, che lo ha fatto diventare appunto il miglior marcatore di sempre anche in stagione, dato che per i playoff il discorso era già stato archiviato diverso tempo fa, ma andiamo con ordine.

Nei grafici che seguono sono riportate le due top20 dei marcatori all time sia di stagione regolare che playoff, mentre nella parte inferiore è presentata la distribuzione dei punti a partita per ogni giocatore del campionato attualmente in corso raggruppato verticalmente per anni di età.

 

Come anticipato, ora King James può vantare un duplice record che difficilmente potrà essere superato specialmente se si considera anche solo numericamente la grandezza di quanto stiamo vedendo nell’ultimo ventennio.

Partiamo col dire che la longevità della sua carriera ha dell’irreale soprattutto se si considera il fisico di questo atleta che ad ogni incontro si porta a spasso 115 chilogrammi distribuiti su almeno 205 centimetri, muovendosi ad una velocità e con un livello di atletismo che mai si erano visti su un campo da basket, quantomeno nella parte finale di quella che sembra essere una carriera infinita.

Chiaramente la genetica ha voluto concedere un regalo alla pallacanestro ma è sicuramente vero che, secondo quanto riportato da più fonti, l’ex numero 23 ed oggi numero 6 (come ai tempi dei Miami Heat) dei Lakers spende circa un milione e mezzo di dollari ogni anno per la cura e il mantenimento del proprio corpo, esempio supremo del campione moderno che ha saputo trarre vantaggio del progredire della scienza nel settore medico-sportivo (un po’ come Cristiano Ronaldo nel calcio).

A questo deve essere aggiunto che, fortunatamente, LBJ non ha mai subito infortuni particolarmente invalidanti nel corso della propria carriera e, sebbene in alcune stagioni abbia dovuto saltare qualche frazione di campionato (specialmente nel suo ultimo periodo gialloviola, abbinato anche ad una politica di load management) si può tranquillamente affermare che gran parte del record derivi anche dalla sua continuità che gli ha permesso di sorpassare Kareem Abdul Jabbar in “sole” 1410 partite, contro le 1560 disputate dal padre dello Sky Hook.

Qui però entrano in gioco altri fattori su cui vale la pena aprire una parentesi, in particolare se si osservano i nomi in classifica.

Restringendo il focus ai soli appartenenti al club dei trentamila punti, lasciando quindi fuori nomi del calibro di Moses Malone, Shaquille O’Neal e Carmelo Anthony (a cui il sottoscritto augura un ritorno nell’NBA proprio per fargli raggiungere il traguardo), LeBron James è l’unico degli otto che, pur essendo un realizzatore da ventisette punti di media in carriera, non viene identificato necessariamente con uno scorer “puro” o, per meglio dire, un giocatore il cui compito primario sia esclusivamente quello di segnare.

La sua combinazione di stazza, visione di gioco, duttilità di posizione (in carriera ha ricoperto con tranquillità tutti i ruoli dal playmaker all’ala forte) ne hanno fatto il simbolo del giocatore totale che, pur essendo sempre il numero uno della propria squadra (e molto spesso dell’intera NBA), ha saputo giocare al fianco di ottimi realizzatori rifornendoli ripetutamente di assist come dimostrano i 7,5 di media in carriera, togliendosi lo sfizio di conquistare il titolo di miglior cannoniere del campionato solo nella stagione 2007/08 quando vestiva ancora la maglia dei “suoi” Cleveland Cavaliers.

Alcuni (detrattori) potrebbero far notare che arrivando direttamente dall’high school, saltando quindi il college, James ha “guadagnato” almeno un paio di stagioni nei confronti di alcuni grandi come appunto Jabbar (quattro anni ai Bruins di UCLA) o Jordan (tre campionati con i Tar Heels di North Carolina) ma è anche vero che il primo nella seconda parte della carriera ha rivestito un ruolo da secondo violino (di extra lusso, sia chiaro) dietro Magic Johnson, mentre il secondo resta il riferimento per gli attaccanti puri (30,1 punti di media in carriera) anche se il doppio ritiro dopo entrambe le triplette di titoli vinti ne hanno compromesso la possibilità concreta di insidiare il record.

Per quanto storico ed iconico in quanto tale, il traguardo raggiunto la settimana scorsa è avvalorato ulteriormente da quello analogo già detenuto per quel che riguarda i playoff dato che per raggiungere certe cifre, oltre alla già citata longevità, serve indubbiamente la possibilità di poter giocare partite di post season con cui accrescere il bottino.

Per farlo è necessario giocare in un contesto vincente che permetta di poter andare il più possibile verso la meta finale del titolo NBA, obiettivo centrato da LeBron James quattro volte con ben dieci apparizioni complessive nelle Finals che gli hanno permesso di staccare Michael Jordan – secondo nella graduatoria in questione – di quasi duemila punti, in aggiunta al maggior numero di stagioni disputate come già anticipato.

E se la carriera del numero 23 dei Bulls presenta appunto il doppio asterisco per via dei due ritiri nonostante la stratosferica media di 30,1 punti a gara in tredici stagioni, si può sempre scomodare l’eterno Jabbar – terzo in classifica – che di corse al titolo ne ha collezionate diciotto ma che appunto, nonostante le cifre irreali dei primi anni a Milwaukee, non ha garantito la stessa prolificità offensiva del Chosen One nella seconda parte della carriera.

Nuovamente, potrebbero spuntare altri detrattori pronti a sottolineare come nella NBA moderna sia diventato molto più facile segnare rispetto al passato quando le regole erano meno permissive per i difensori e, conseguentemente, i punteggi erano anche più contenuti ma ciò non può giustificare il livello di prolificità di LeBron che a trentotto anni compiuti continua a viaggiare ad oltre trenta punti di media ad incontro.

Pur lasciando da parte i paragoni con i giocatori del passato (in primis Jordan che il sottoscritto, per completezza, continua a ritenere il più grande giocatore di basket – se non atleta – di sempre, per quel che conta) quello che James è ancora in grado di fare ha dell’inspiegabile, a maggior ragione se confrontato con i suoi attuali “colleghi”.

Con il riferimento alla stagione in corso, dando uno sguardo al grafico della distribuzione dei realizzatori per età anagrafica, volendo trovare degli scorer dello stesso livello sopra i trent’anni bisogna scomodare due trentaquattrenni di lusso come Steph Curry (a mani basse il miglior tiratore di sempre) e Kevin Durant (forse il più completo attaccante mai visto), entrambi appaiati nei dintorni di quota ventinove, oppure scendere ai trentadue anni di Damian Lillard, attualmente stabile sulla media di trentuno punti a gara.

Pur ammettendo che prima o poi qualche segno del tempo potrà manifestarsi in maniera più evidente e che le gare saltate per precauzione potranno essere sempre di più, attualmente non ci sono motivazioni concrete per pensare che il traguardo dei quarantamila punti sia un pensiero folle visto che, statistiche alla mano, sarebbe sufficiente un’altra stagione come quella in corso per superare anche questo nuovo obiettivo.

Al netto di un altro titolo, quali motivazioni potrebbe ancora avere questo ex giovane prodigio di Akron per spingerlo a continuare la sua battaglia contro Father Time, come piace chiamarlo agli americani?

Diciamo che una più che valida potrebbe essere particolarmente comoda da trovare visto che si aggira tra le mura domestiche e porta il suo stesso nome, con la sola aggiunta di un “jr” alla fine.

Eh già, il primogenito di LeBron e Savannah James, per quanto non attualmente destinato ad essere “il” nome del draft 2024, avendo già un’ottima reputazione ma comunque non paragonabile a quanto accaduto al padre, potrebbe avere tutte le carte in regola per essere uno dei sessanta nomi chiamati dal commissioner Adam Silver nel giro di due estati.

Nessuno dei due ha mai fatto mistero di voler giocare, o al più competere, con l’altro, quindi non resta che aspettare per vedere quando giungerà la parola fine sulla carriera NBA di LeBron che, da una settimana, ha già un’ulteriore certezza (questa volta per gli amanti dei record) di aver scolpito permanentemente il proprio nome nella storia dello sport con la palla a spicchi.