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“Trenord uisciu a plesant giornei”. La vita di due pendolari lombardi

I tempi di lettura di questo articolo sono di circa 5 minuti. Anzi no, facciamo 10. Il link a questo articolo si trova nell’home page del sito di Sole24Ore. Anzi, no, per ragioni non imputabili agli autori, proprio quando stavate per cliccarci sopra abbiamo deciso di spostarlo su un altro URL.

Ci dispiace per l’inconveniente.

Se siete pendolari della disastrata rete di trasporti pubblici italiana, con bella unità nazionale da nord a sud, non dovrebbe essere difficile trasbordare queste frasi nel vostro mondo di viaggiatori silenziosi e inerti, perché questa è la percezione che si ha del viaggio su treni regionali in Italia: un disastro senza soluzioni.

Nelle settimane scorse si è parlato indirettamente di pendolarismo, ma sul binario sbagliato: la storia della bidella di Napoli che farebbe avanti e indietro da Milano è una sciocchezza visibile dalla Stazione Spaziale Internazionale e forse meriterebbe di aprire il vaso di Pandora del caro affitti nelle grandi città, ma questo è un altro treno e noi qui ci occupiamo di mobilità. In Lombardia siamo abituati a tempi di percorrenza da viaggi intercontinentali su tratte di 130 km.

E restiamo umili.

E veniamo al dunque: di fronte a percezioni siffatte, ci siamo chiesti: ma è davvero un disastro il sistema dei trasporti regionale via treno?

Risposta: sì.

Siccome volevamo sfidare le nostre percezioni con approccio evidence based, ci siamo messi umilmente a raccogliere dati.

E qui di seguito ecco le elaborazioni di 3 mesi di viaggi andata e ritorno su due tratte lombarde: Milano – Gallarate (nel varesotto) e Milano – Como. Ogni data point è un treno (andata o ritorno) e le osservazioni sono distribuite in modo piuttosto casuale tra i giorni della settimana in funzione di ciò che facciamo: insegnante (Luciano) e studente (Lorenzo).

Gli orari al mattino e alla sera sono quelli di punta e di massima frequentazione.

Lasciando perdere le evidenze da strillone dei giornali provinciali, come ritardi siderali e cancellazioni, ci interessava e ci interessa porre l’accento sul vero dramma del viaggiatore seriale: la sistematicità del ritardo come condizione di vita del pendolare.

Siamo a una percentuale su entrambe le tratte vicino al 90% di treni che viaggia con ritardi medi intorno al 10% del tempo di percorrenza.

Sulle nostre tratte da 50-55 minuti a viaggio, sono quei 5-10 minuti con cui abbiamo cominciato provocatoriamente l’articolo sui tempi di lettura.

Per chi studia economia, il tempo è una variabile cruciale per considerare i costi opportunità, cioè il costo che si affronta, quando si prende una decisione, nel rinunciare alle altre opzioni disponibili. Il costo opportunità è il valore più altro tra queste ultime. E la sistematicità dei ritardi si traduce nell’impossibilità di dare il giusto valore a un minuto di pianificazione nella vita di tutti i giorni.

Vuoi dormire 10 minuti in più per prendere il treno che arriverebbe giusto in tempo per l’inizio della lezione?

Non lo puoi fare.

L’orario di arrivo ti consentirebbe 5 minuti di tempo per passare in farmacia vicino alla stazione ed evitare di farlo a fine serata, attraversando la città?

Non lo puoi fare.

Vorresti programmare la riunione alle 9 del mattino a inizio giornata, tanto hai tutto il tempo di arrivare in ufficio con calma?

Non lo puoi fare.

Trenord è l’evidenza empirica di quello che Shafir e Mullainathan hanno descritto nel loro bellissimo libro Scarcity: la sensazione della scarsità che peggiora le vite e rende le giornate di chi avverte questa mancanza di risorse più difficili e infelici.

Quel che è peggio, nelle scienze comportamentali ritardi come quelli descritti dai nostri dati rientrano nella fattispecie della cosiddetta problem blindndess: la cecità di fronte a un problema.

Sono quelle situazioni così arrugginite e consolidate che diventano ormai la nuova normalità: la sistematicità di un ritardo del 10% sul tempo di percorrenza lo trasforma lentamente nella nuova puntualità.

E la puntualità è l’outlier visto con sospetto dal rassegnato viaggiatore.

C’è del metodo in questa camurrìa.

Ma è giusto sedersi sul fiume e aspettare che il passaggio a livello cali su di noi?

Il governo Draghi prima e quello Meloni, poi, hanno speso 7 miliardi di euro in un anno per calmierare il prezzo della benzina, riducendo le accise. Ora la misura è stata bloccata ma come non comprendere le persone che non trovano nei treni una vera alternativa all’automobile per spostarsi?

Perché non destinare quelle risorse a investimenti che migliorino la qualità del servizio, incentivino l’uso dei mezzi pubblici e così, indirettamente, spingano anche chi offre il servizio a migliorarne la qualità? La pressione di una domanda indotta accenderebbe l’attenzione su quello che oggi è accettato con rassegnazione? Noi pensiamo che varrebbe la pena provare.

La vita di un treno, del resto, è fatta di momenti meravigliosi ma anche di traversine, come scriveva Bergonzoni.

E noi crediamo che il modo migliore di chiudere questo articolo sia con la massima di…

Ci scusiamo per il disservizio, ma l’articolo non può concludersi a causa delle avverse condizioni meteorologiche.

Piove, governo pendolare.

Ha collaborato Lorenzo Villa (studente Scuola Enrico Mattei)

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