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Relativismo europeo dei redditi. I benestanti italiani se la passano meglio di tutti

Se parliamo di disuguaglianza nel nostro paese, per capire qual è la situazione il modo migliore è ricorrere a un piccolo esperimento mentale. Immaginiamo la più grande adunata di massa che l’Italia abbia mai visto: tutti i suoi cittadini sono chiamati a raccolta lo stesso giorno, nello stesso luogo – che per ospitare decine di milioni di persone insieme avrà bisogno di uno spazio niente male, si suppone. Gli organizzatori procedono a ordinarli disciplinatamente dal primo all’ultimo, a seconda del loro reddito: tutti in fila da chi non guadagna nulla al più ricco dei nostri concittadini.

 

Pur senza reali folle oceaniche, questa in un certo senso è l’operazione compiuta dall’istituto europeo di statistica, che ha aggiornato di recente le sue statistiche sul modo in cui il reddito prodotto in Europa si distribuisce ai suoi cittadini. Ma che informazioni utili possiamo ricavare davvero da questa enorme catena umana, per virtuale che sia, per capire quanto siamo uguali e quanto no?

Le risposte possibili sono tante, perché il problema non è banale, ma uno dei modi consiste nel dividere tutte le persone che abbiamo ordinate in “fette” di uguale dimensione. Per esempio possiamo inserire un separatore immaginario dividendo il totale in dieci parti, ciascuna composta dallo stesso numero di persone. Ciascuna di queste fette, o decile come viene chiamato in statistica, può poi essere analizzato per capire qual è il suo stato di salute economica.

La verifica più immediata che può venirci in mente risponde a una domanda tutto sommato semplice: quanta parte del reddito totale prodotto in Italia va a finire a ciascuna di queste parti? Guardando agli ultimi numeri, relativi al 2017, troviamo che al decimo e ultimo decile – che indica dunque il 10% più ricco degli italiani – è andato circa il 24% di tutto il reddito prodotto in quell’anno. Man mano che scendiamo, la parte di reddito guadagnata da ciascuna fetta diventa sempre minore, fino ad arrivare al 10% più povero degli italiani cui è andato il 2% del reddito complessivo.

 

 

A occhio però è difficile mettere questi numeri in prospettiva, o capire se quello che va a poveri e ricchi è poco o tanto. Per farci un’idea possiamo guardare soltanto ai primi, e considerare allora il reddito della persona che chiude la prima delle dieci parti. Il suo è il reddito massimo che chi vive nel 10% dei più poveri può ottenere, e in qualche modo ci dà un’idea in euro veri delle cifre di cui parliamo.

Facendo la stessa cosa per diverse nazioni europee siamo in grado di scoprire quanto è intensa la povertà in questo o quel paese: un confronto che per esempio mostra come il 10% più povero dei francesi o tedeschi ha comunque un reddito massimo da fare invidia ai nostri connazionali.

 

 

Se poi invece di prendere solo il primo decile – quello dei più poveri – li consideriamo tutti riusciamo a farci un’idea di come vanno le cose anche per la classe media, e su a salire fino alla parte economicamente meglio messa delle quattro principali nazioni europee.

In questo modo si vede chiaramente che Italia e Spagna sono fra i paesi in cui le persone con il reddito più basso guadagnano la fetta minore del reddito totale prodotto nel paese. Per parte sua la classe media, intesa qui come il quinto decile – quello al centro della distribuzione –, non trova grandi differenze fra Italia, Spagna, Francia e Germania.

Certo com’è normale nelle nazioni più ricche essa è messa meglio, ma rispetto al totale del reddito prodotto non si vedono grandi differenze: la percentuale di reddito nazionale che va a queste persone appare praticamente identica. Né il basso valore dei poveri sembra potersi imputare ai più ricchi. Anche la parte di reddito totale in capo a questi ultimi non varia molto fra Spagna, Italia e Francia, e solo in Germania è più bassa.

Da qualche parte però la differenza deve arrivare, e in effetti se osserviamo i dati con attenzione la troviamo nella fascia medio-alta dei redditi, quelli che possiamo definire non ricchi ma benestanti: sono queste persone che in Italia guadagnano una percentuale maggiore del reddito complessivo – una caratteristica in cui solo la Spagna ci supera.

 

 

 

A parlare del 10% degli italiani più ricchi possiamo comunque farci un’idea sbagliata. Si tratta di persone molto benestanti, ma non certamente del tipo di super ricchezza che immaginiamo, perché comunque è un gruppo che include in totale milioni di persone. Per dare un’idea, secondo i calcoli del sito irpef.info basati sulle dichiarazioni dei redditi 2015 per far parte di questo gruppo è sufficiente aver dichiarato al fisco almeno circa 38mila euro annui.

 

Per capire invece come se la passa la parte davvero meglio messa degli italiani possiamo ricorrere a un piccolo stratagemma: invece di dividere la nostra adunata immaginaria in dieci parti identiche possiamo fare gruppi di dimensione minore e separare le persone in cento parti uguali – non a caso chiamati in statistica percentili. È in effetti lo stesso concetto cui ci si riferisce quando si sente parlare del famoso “1% di ricchi”. Eurostat rende disponibili statistiche sugli ultimi cinque percentili di reddito, e traducendo questi numeri in grafici la nostra prima impressione sembra confermata: la fetta di reddito nazionale che va all’1% più ricco in Italia non è maggiore che altrove, anzi.

 

Anche in questo caso conviene mettere i numeri in prospettiva. Non dobbiamo per forza immaginare questa elite di persone come super ricconi con il sigaro e l’elicottero. Sicuramente fra loro ci sono alcuni milionari in euro, ma sempre secondo le stime di irpef.info per entrare nel club dell’1% in questo caso basta – si fa per dire – dichiarare un reddito di circa 100mila euro; grosso modo quanto, per esempio, guadagnano in media i professori universitari italiani.

 

 

 

Ultimi commenti
  • Giorgio Giraudi |

    Alcune osservazioni elementari. 1) L’ultimo grafico dimostra chiaramente come il vero ‘gradino’ sia tra il 10% più ricco e il ‘resto del mondo’ (che l’1% italiano non sia un eccezione nel panorama internazionale a me, personalmente, interessa poco) ; 2) le bassissime soglie di reddito indicate per entrare a fare parte dei decili più benestanti ci dicono solo quanto l’evasione, elusione, trucchetti con i bilanci delle imprese etc. falsino clamorosamente le statistiche ufficiali; 3) dovete smetterla con questo patetico ‘al lupo al lupo’ contro i professori universitari. Io sono un professore associato e insegna all’università da 16 anni, il mio stipendio mensile netto è di 2340 euro e un professore ordinario guadagna mediamente 800-1500 euro in più al mese…come si arriva ad un reddito medio, ancorchè lordo, di 100.000 euro?? In Germania i nostri omologhi guadagnano in media più del doppio del nostro stipendio. Lo stesso negli Stati Uniti dove, sia detto per inciso, i parlamentari americani guadagnano solo 20.000 dollari all’anno più dei professori delle migliori università (i ministri di Obama in media solo 20.000 all’anno più dei parlamentari). E in Italia?…ah…tra stipendio e prenende varie i parlamentari guadagnano almeno 4 o 5 volte quello che guadagno io… E i top and senior manager? E gli AD? Ditemelo voi…ma senza barare…

  • federico d'aniello |

    solo i numeri possono darci la idea piena e vera della realta. E di questo dobbiamo essere grati, e non lo dico ora, ma da sempre, al sole 24 ore che ci ha abituati, mi ha abituato anche per ragioni professionali, a studiare i dati ed i numeri, attraverso letture che non sono letture dei romanzi ma studi ed approfondimenti , dei suoi articoli e dei suoi dossier, L’infodata di oggi dice una cosa molto semplice: non siamo molto diversi nella distribuzione della ricchezza dagli altri paesi europei per quanto attiene al pil riclassifcato nei vari decili che va alla apopolazione. Quindi il ritornello della povertà del paese diverso da quella degli altri non regge. Occorre fare poco ma non moltissimo per integrare qualcosa per le famiglie che sono nel primo decile. Ma come tutti i numeri anche questi vanno integrati con tante altre banche dati che completano il quadro ed il disegno complessivo. Dove si trovano per lo più i numeri del primo decile: nel sud b) a quali fasce di categoria appartengono: al numero dei migranti C) a quali categorie economiche sociali D) a quali aree di attività primarie. Scopriremo forse che in quei decili e non solo per il primo ma anche ed almeno per altri tre o quattro forse c’è un grosso contributo del lavoro in nero, del lavoro occasionale non formalizzato, dell’evasione contributiva e fiscale che forse se emersa farebbe emergere un dato quanto meno più incoraggiante e non disperato. In conclusione la validità della indagine dovrebbe maggiormente orientare le decisioni politiche verso provvedimenti molto più opportuni e meno populisti e più specifici perchè da integrare con altre iniziative quale quelle della lotta all’evasione fiscale, all’evasione contributiva, al doppio lavoro ed alla lotta alla criminalità che in gran parte del sud è la matrice maligna di tutti i mali.

  • Luca Tremolada |

    Le fonti sono nei grafici.

  • Luca Tremolada |

    Diciamo che il dato è sottostimato

  • lucia benedetti |

    Se i dati sono quelli delle dichiarazioni dei redditi mancano tanti ricchi veri, quelli che le tasse non le pagano o ne pagano molto poche. A parte di questi, magari, andrà pure il reddito di cittadinanza e nel frattempo stanno spostando i soldi fuori dall’Italia.

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