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finanza

Belgio, Portogallo, Spagna e Italia. Come si riduce il debito pubblico?

Contributo a cura di Prometeia Associazione, think tank macro della società di consulenza  

Nell’area euro la riduzione debito pubblico in rapporto al Pil è stata avviata un po’ in tutti quei paesi dove aveva raggiunto valori elevati, superiori al 100%, come Belgio Portogallo, Spagna (la Grecia non è considerata perché sottoposta ai vincoli del programma di aiuti finanziari sino a metà del 2018).

 

Il mutamento della traiettoria è avvenuto dopo il 2013, con l’avvio dell’attuale ciclo espansivo. Nelle nostre previsioni, questa riduzione dovrebbe proseguire ancora nei prossimi anni, seppure lentamente, perché i fattori che la stanno guidando – crescita nominale e bassi tassi di interesse – potrebbero esaurire in parte il loro contributo favorevole.

 

A determinare la variazione del debito su Pil sono infatti: il saldo di bilancio primario in rapporto al Pil; l’impatto negativo dei rendimenti sulle consistenze accumulate di titoli pubblici; l’impatto positivo del denominatore, ossia l’andamento del Pil nominale; l’aggiustamento stock-flussi, che registra le operazioni di natura finanziaria dello Stato, come le privatizzazioni o la valutazione degli stock.

 

Quali sono nello specifico gli elementi che guidano la riduzione del debito nei paesi citati?

 

In Belgio il debito è risultato in calo soprattutto grazie alla crescita nominale, che ha fornito sempre un impulso positivo dal 2010, mentre l’onere del debito si sta stabilizzando intorno ai 2 punti di Pil.

 

In Portogallo l’inversione di tendenza del rapporto debito/Pil ha preso il via dopo l’uscita dal programma di aiuti nel 2014 e ci attendiamo prosegua anche nei prossimi anni, grazie al saldo primario mantenuto intorno al 2,6% del Pil in un contesto di buona crescita economica.

 

In Spagna la dinamica del debito/Pil ha beneficiato della vigorosa ripresa della crescita nominale dal 2014. A questo effetto positivo si associa anche la continua riduzione dei tassi di interesse di mercato. Per contro, il saldo primario non si rafforza per non deprimere una fase ciclica in consolidamento: la riduzione del debito/Pil rimane quindi nel complesso modesta.

 

Per l’Italia l’impulso alla riduzione del debito viene dal mantenimento dell’avanzo primario intorno all’1,8% del Pil nella media degli anni di previsione 2018-2021. Effetto contrastato tuttavia da condizioni sfavorevoli per il costo del debito, il cui impatto negativo vanifica il contributo positivo dell’aumento del Pil.

 

A fine 2017 il debito pubblico per cittadino era di 37.380 euro in Italia, rispetto a 39.848, 24.582 e 23.546 euro rispettivamente in Belgio, Spagna e Portogallo.

Testo e infografica interattiva a cura di  Prometeia

 

 

 

Ultimi commenti
  • giuseppe florio |

    Prima di esporre la mia personale proposta vorrei soffermarmi su un punto: “il denominatore” del prof. Cottarelli che non condivido. Il prof. fa una disamina delle varie proposte avanzate e sull’aumento della spesa in deficit è piuttosto critico. Io, che sono un keynesiano convinto, mi permetto questa breve riflessione.

    In periodi di crisi, diceva Keynes, è necessario che i governi aumentino la spesa pubblica, gli investimenti, per “risollevare l’economia” perché se si aspetta che le leggi del libero mercato riportino il sistema economico in equilibrio la gente muore. Ciò che, purtroppo, sta avvenendo in quest’ultimo decennio. Si muore non solo fisicamente ma anche psicologicamente. La rassegnazione sta avendo il sopravvento. Keynes proponeva, in altri termini, ai governi di spendere anche in deficit aumentando il debito.

    Per il prof. Cottarelli “risollevare l’economia” con maggior spesa pubblica non risolve il problema del debito che è la causa oggi di tutti i mali, ma lo incrementa. Per il prof. l’importante è ridurre il debito e per farlo auspica una crescita dell’avanzo primario del 3 – 4% mantenendo la spesa invariata, al netto dell’inflazione, continuare a tagliare le spese improduttive e sfruttare l’attuale crescita. Ma c’è crescita?

    Vediamo cosa si intende per “ risollevare l’economia”.

    Risollevare l’economia, a parer mio, significa riportare il sistema economico in equilibrio. Far sì che domanda e offerta siano in equilibrio. Siamo ormai da un decennio in profonda crisi, se si eccettuano le esportazioni, i consumi interni sono al lumicino. La riduzione dei consumi è la causa principale dell’elevata disoccupazione che, a sua volta, determina ulteriore riduzione della domanda e quindi degli investimenti. Siamo in una fase in cui si sta verificando il moltiplicatore, ma in senso inverso. Il moltiplicatore della recessione. Risollevare l’economia con grossi investimenti, ben al disopra dei margini previsti nella richiesta di flessibilità, significa creare nuova domanda, nuova occupazione, nuova offerta ottenendo quindi la ripresa del ciclo produttivo. Il moltiplicatore, su cui il prof. Cottarelli ironizza, non credo sia poi tanto mitico. Ma al di là dei numeri, risollevare l’economia significa riportare serenità nelle famiglie, certezza per il futuro, crescita demografica. Vorrei ricordare a questo proposito quanto affermava Keynes: “le politiche economiche degli Stati devono tendere oltre che a mantenere la stabilità del mercato, a ridurre le disuguaglianze economiche e sociali per realizzare “una buona vita e una buona società”.

    Il debito di un paese non impressiona nessuno se l’economia di quel paese è sana e produttiva così come il debito, pur rilevante, di un’azienda non preoccupa i suoi creditori se quella azienda svolge la sua attività con oculatezza e produce reddito.

    Ma tutto ciò riguarda la politica economica keynesiana .

    Per quanto riguarda la mia proposta circa la riduzione del debito ho già detto che sono un keynesiano e perciò il mio riferimento è l’equazione del reddito di Keynes.

    Y= C + I + G + ( E – M ). Se i componenti dell’equazione o alcuni di essi variano in senso positivo aumenta il reddito ( PIL ) del Paese; se invece variano o uno di essi varia in senso negativo si ha l’effetto contrario, stagnazione e/o recessione.

    Il punto fondamentale dell’equazione sono i consumi ( C ). I consumi ( domanda ) variano in funzione del reddito ma fino ad un certo punto perché la propensione marginale al consumo non è mai uguale al reddito. Se il reddito è = 100 i consumi saranno al massimo 60 – 70 e la differenza sarà risparmiata andando ad incrementare gli investimenti ( I ). Quindi se la domanda aggregata ( C + I ) è uguale al reddito ( Y ) il sistema è in equilibrio. Attualmente il sistema, pur con un reddito non variato o variato di pochissimo, non è in equilibrio perché sono diminuiti i percettori di reddito. Tale situazione ha determinato una contrazione della domanda interna con tutte le negative conseguenze. Riduzione dei consumi, riduzione degli investimenti, aumento della disoccupazione. La concentrazione del reddito ha ridotto il numero dei consumatori e quindi ha ridotto la domanda. Il reddito prodotto per effetto della pmc (propensione marginale del consumo) non viene totalmente consumato e la parte risparmiata non viene investita perché manca la domanda da parte della gran parte dei potenziali consumatori. Per riportare il sistema in equilibrio bisogna aumentare la domanda e quindi aumentare il numero dei percettori di reddito (redistribuzione della ricchezza ) cioè il numero dei lavoratori.

    Da tempo, vari economisti tra cui P. Krugman, J.Stiglitz e i keynesiani in genere, auspicano la riduzione dell’orario del lavoro. Pur non essendo un economista, ho approfondito lo studio e attraverso diverse operazioni, sono giunto a elaborare una proposta di riforma dei tempi di lavoro che non fa aumentare i costi di produzione, restando quindi competitivi sul mercato, e nello stesso tempo non fa gravare il bilancio dello Stato di ulteriori costi.

    La proposta riguarda :

    “ Riduzione dell’orario di lavoro da 8 a 6 ore giornaliere senza oneri per l’impresa e senza riduzione del salario netto per il lavoratore”.

    La proposta mira a raddoppiare, quasi, il numero dei lavoratori senza aggravio di costi per le parti in causa. La mia proposta, come si avrà modo di constatare, è molto semplice tanto da sembrare banale. Ma se la si esamina con un pizzico di umiltà, credo fermamente che in essa ci sia del buono e del fattibile sia dal punto di vista etico che contabile con indubbie ripercussioni positive nel sistema economico del paese.

    In breve, il tutto si fonda su una riduzione dell’orario di lavoro da 8 a 6 ore al giorno prevedendo quindi minimo di due turni di lavoro al giorno, e una riduzione dei contributi previdenziali e fiscali a carico delle parti sociali (lavoratori e imprese ). Naturalmente i costi dei due turni di lavoro di sei ore vanno confrontati con una giornata attuale di 8 ore + 4 ore di straordinario.

    Nel complesso, la proposta, lascia invariate le entrate per lo stato perché essa mira ad aumentare l’occupazione e quindi la platea dei contribuenti; non fa aumentare i costi per l’impresa anzi mira a diminuire i suoi costi di produzione rendendo l’impresa più produttiva e più competitiva ed infine lascia invariato il salario netto del lavoratore. Naturalmente la proposta, nella sua semplicità, per raggiungere i risultati previsti, necessita di alcuni accorgimenti che con un esempio, allegato, spiego precisando che il procedimento adottato vale con qualsiasi salario preso in considerazione. Dal più basso al più alto.

    Credo, comunque, che sia più interessante il contenuto della proposta che lo stesso calcolo da cui si evince la fattibilità della proposta.

    Dalla proposta avanzata a trarre maggior vantaggio sarebbe il lavoratore perché pur percependo lo stesso salario sarà meno stressato, più soddisfatto del suo tempo libero, meglio realizzato nelle sue aspirazioni proprio perché con l’aumento dell’offerta del lavoro, avrà la possibilità di scegliere il lavoro più confacente alle sue attitudini, non dovrà più mendicare ciò che gli spetta di diritto ed infine avrà maggiore potere contrattuale. La proposta sarà vantaggiosa anche per l’impresa in quanto essa aumenterà la produzione perché saranno maggiormente sfruttate le macchine e perché il lavoratore, meno stressato, produrrà di più. Un lavoratore, è matematicamente accertato, raggiunge il massimo della produzione tra la quinta e la sesta ora, dopo inizia la fase calante facendo aumentare i costi marginali di produzione.

    Inoltre sono sicuro che da questa nuova organizzazione del lavoro, anche se si riducono i prelievi contributivi e fiscali, a trarre vantaggio sarà lo stesso Stato perché, oltre ad aumentare le entrate, con l’aumento dell’occupazione aumenterebbe la domanda, la produzione, gli investimenti e quindi i PIL. Il moltiplicatore non sarebbe più mitico ma reale e positivo. La maggiore occupazione farebbe diminuire i costi relativi alla disoccupazione, alla cassa integrazione, alla mobilità, alle malattie da lavoro, agli infortuni sul lavoro. Tutto questo segnerebbe anche la fine degli incentivi vari alle imprese per assumere o mantenere invariato il personale ed infine, credo, si avrà un deflusso di lavoratori dal pubblico verso il privato e quindi, nel complesso, una riduzione della spesa pubblica che potrebbe essere investita per migliorare i servizi ai cittadini. Naturalmente non sono in grado di quantificare i risparmi dello Stato e la crescita del Pil ma certamente sarà superiore al 3 – 4% ( Cottarelli ) sufficiente a ridurre il debito, come non sono in grado di quantificare, in termini monetari, il benessere che deriverebbe al lavoratore da questo nuovo sistema, ma è indubitabile che essi ci saranno. Basti pensare alla certezza del lavoro e alla sicurezza del proprio futuro per rendersi conto dei grandi benefici.

    Questa nuova organizzazione del lavoro, come si evince da queste considerazioni, farebbe strame di tutte le leggi varate finora perché non più necessarie e renderebbe inutili il jobs-act e la stessa ultima riforma Fornero delle pensioni perché il lavoratore, meno stanco e più soddisfatto delle sue scelte, prolungherà autonomamente l’età lavorativa e non ci sarebbe più bisogno del reddito di cittadinanza e contestualmente farebbe aumentare di gran lunga l’avanzo primario.

    Certamente una simile riforma produrrà anche qualche aspetto negativo, come una possibile inflazione, ma ritengo che una oculata gestione da parte del Governo potrà annullare o attutire gli eventuali aspetti negativi del nuovo sistema.
    Alcuni economisti, tentano di convincere l’opinione pubblica e il mondo del lavoro che la crescita deriva da una maggiore produttività e per raggiungere tale obiettivo è necessario che i lavoratori lavorino di più senza che venga aumentato il salario. Secondo questa tesi è sufficiente la crescita economica per far aumentare l’occupazione. Non è così. Basta rileggersi Rifkin. La nuova tecnologia, anche se produce crescita, assorbe meno lavoratori. Ma, a prescindere da questa considerazione, resta il fatto che per questi signori i lavoratori non contano niente, sono delle semplici macchine senza alcun diritto. Hanno una visione prettamente capitalistica del sistema. Siamo allo schiavismo. Assurdo. Ma ancor più assurdo è che forze politiche che si dicono vicine ai lavoratori non dicano niente per contrastare tale soluzione e approvano tutte le leggi che mirano ad annullare la personalità e la dignità dei lavoratori. La mia proposta mira a raggiungere gli stessi risultati (maggiore produttività), senza sfruttare i lavoratori ma premiandoli e nello stesso tempo essa mira a una trasformazione strutturale del sistema migliorando la qualità della vita.

    Cosa cambia con il nuovo sistema? Cambia che aumenta la forza lavoro relativamente al nuovo turno, che le 12 ore sarebbero fatte con personale meno stressato e quindi più produttivo e le macchine verrebbero sfruttate meglio e in maniera sistematica per 12 ore, minimo, abbattendo in tal modo i costi fissi per l’impresa. La stessa cosa avverrebbe per l’azienda che attualmente effettua due turni di 8 ore. In questo caso l’azienda dovrebbe fare tre turni di 6 ore per complessive 18 ore. Le due ore in più sarebbero come se fossero lo straordinario dei due turni standard. L’azienda che effettua attualmente tre turni di 8 ore dovrà farne quattro di 6 allo stesso costo.

    Per meglio chiarire la mia proposta faccio seguire un esempio che vale per qualsiasi tariffa salariale e per qualsiasi struttura.

    Spero che questa mia proposta sia oggetto di dibatto tra gli interessati e tra chi è deputato a prendere decisioni perché la ritengo facilmente fattibile e senza costi.

    ESEMPIO

    Confronto del salario per una gg. di 8h + 4h di straordinario e una giornata di 2 turni di 6h.

    Ipotesi di salario di € 10 l’ora. Contributi a carico impresa, oggi, circa 40% del salario;

    Contributi attuali a carico lavoratore 9,30%; prelievo fiscale medio 19%;

    costo dello straordinario + 15% (minimo) sul salario ordinario.

    Riduzioni previste nella proposta:

    contributi a carico impresa 25%, contributi a carico lavoratore 7,00%; prelievo fiscale diminuito di otto punti sui vari scaglioni.

    Esempio:

    € 10 x 8 = 80 costo della giornata

    Salario netto

    = 80 – 9,30% – 19% = € 58,77 salario netto per una giornata di 8h.

    4 x 10 + 15% = 46 costo di 4 ore di straordinario

    80 + 46 = 126 + 40% = 126 + 50,4 =€ 176,4 costo per l’impresa di una giornata di 8h + 4 h di straordinario;

    Proposta:

    per una giornata di 6h al lavoratore bisogna pagarne 7h e in questo caso € 70 pari a € 11,66 l’ora.

    salario lordo di una giornata di 6h = 11,66 x 6 = 70

    salario netto: 70 – 7% – 11%= 57,94

    salario netto per il lavoratore per una giornata di 6h.

    70 + 70 + 25% = 175,00

    costo dei 2 turni per l’impresa.

    Come si vede il salario netto del lavoratore è quasi uguale nei due casi considerati (varia di pochi centesimi) mentre l’impresa avrebbe un risparmio di poco superiore a € 1 per i due turni.

    L’operazione è valida con qualsiasi salario e per qualsiasi struttura.

    Se si approfondisce il calcolo si può facilmente dimostrare che le entrate per lo Stato non diminuiscono. Lo stesso procedimento si può applicare nelle strutture dove si lavora per 6h al giorno.

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