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Dove vivono gli italiani con l’incubo delle frane?

Con il suo ultimo rapporto  sul rischio idrogeologico l’ISPRA, istituto pubblico che si occupa di protezione e ricerca ambientale, ha messo a disposizione dati  che consentono di mappare con estremo dettaglio le aree a pericolo frana, e in più di capire quali sono quelle dove c’è davvero da prestare attenzione.

Aggiornate ora al 2017, le statistiche distinguono il territorio in cinque classi di pericolo – in ordine crescente di gravità, fino a quella “molto elevata” – che in totale sommano a un filo meno del 20% della superficie totale. Se prendiamo invece soltanto le classi a maggiore pericolosità, ricorda il rapporto, “le aree ammontano a 25.410 chilometri quadrati, pari all’8,4% del territorio nazionale”.

Sono Toscana, Emilia-Romagna, Campania, Valle d’Aosta, Abruzzo, Lombardia, Sardegna e Provincia di Trento a presentare le aree più estese a intenso pericolo di frana, mentre di nuovo nella piccola regione aostana troviamo la fetta più ampia di territorio incluso nelle due classi più pericolose: oltre l’80% del totale.

Dal confronto tra il 2017 e il 2015, continua ISPRA, emerge un incremento “del 6,2% delle classi a maggiore pericolosità (elevata e molto elevata). È stata registrata una riduzione del 19,5% delle aree di attenzione, che in buona parte sono state riclassificate come aree a pericolosità. Gli incrementi più significativi della superficie classificata a pericolosità elevata e molto elevata hanno riguardato il bacino del fiume Tevere […], la regione Sardegna, il bacino dell’Arno, i bacini della Calabria, delle Marche, dell’Abruzzo, il bacino del Po in regione Lombardia, la provincia di Bolzano”.

Nello stesso periodo, d’altra parte, “sono state mappate circa 28.000 nuove aree a pericolosità e deperimetrate circa 12.000 aree”, di cui 9.500 a pericolosità elevata o molto elevata. Le variazioni “sono legate prevalentemente all’integrazione/revisione delle perimetrazioni, anche con studi di maggior dettaglio, e alla mappatura di nuovi fenomeni franosi”.

Il pericolo dovuto alle frane si somma alla presenza – e soprattutto all’attività – umana sul territorio. Incrociando le statistiche sulle aree interessate spesso da questo tipo di eventi con quelli sul consumo di suolo, che misurano quanto intensa è stata l’azione umana di copertura del terreno naturale, possiamo fare un passo in più. Individuare cioè i comuni che hanno ampie parti di suolo consumato da costruzioni artificiali in zone a massima pericolosità da frana, con tutti i possibili rischi che questo può causare.

Succede per esempio a San Severo, comune di 50mila abitanti in provincia di Foggia, dove tutto il territorio a maggior pericolo franoso è stato edificato. Non si tratta di un eufemismo o un’iperbole: i dati mostrano che è questo il caso del 99% del totale. E in effetti sono oltre una dozzina i comuni dove questo valore supera il 90%, diffusi soprattutto in Puglia e Sicilia ma con qualche eccezione in altre regioni del centro-nord.

Spesso si tratta di piccole località e altrettanto pochi abitanti, ma certo troviamo anche il caso di Fano, nelle Marche, e dei suoi 60mila residenti.

Per capire com’è cambiata la situazione negli ultimi tempi possiamo invece prendere i dati cartografici  dell’ultimo e del primo anno per cui sono disponibili statistiche – rispettivamente 2017 e 2012 –, e procedere da lì con qualche confronto rapido.

La cosa più immediata è, s’intende, cercare di capire se il suolo in aree a pericolosità franosa molto elevata risulta maggiore o minore rispetto a cinque anni prima. A questa domanda, la risposta dei numeri è inequivocabile e mostra in effetti una crescita del consumo di suolo di questo genere.

I dati sono dettagliati a sufficienza per fotografare singole regioni e persino singoli comuni, trovando così che quanto a chilometri quadrati totali nel primo caso il maggior aumento viene registrato in Campania, il minore nelle Marche.

Dobbiamo invece viaggiare verso Valdisotto, 3.500 abitanti in provincia di Sondrio, per trovare il comune dov’è stato registrato il maggiore aumento in termini assoluto: +6,3 ettari, ovvero circa un chilometro quadrato e un quarto l’anno.

Fatte le dovute sottrazioni, troviamo anche un certo numero di località dove in effetti le cose sono andate nel verso opposto, e il suolo franoso appare oggi usato meno di qualche anno fa – si tratta però di eccezioni che si contano sui palmi di poche mani.

Questo modo di contare l’aumento torna utile per capire come stanno andando le cose a livello complessivo, e quindi sapere esattamente quanti chilometri quadrati di territorio in più – raramente in meno – esistono.

Se però viviamo in un comune piccolo o molto piccolo difficilmente riusciremo a trovarci, perché parliamo di territori molto meno estesi e quindi di numeri tutto sommato bassi. Per rimediare tocca allora fare un ultimo esercizio, e verificare qual è stata la variazione in termini percentuali.

In questo modo possiamo parlare di un comune anche minuscolo, ma se rispetto ai valori di cinque anni prima l’aumento è stato consistente comunque riusciamo a trovarne traccia – regione per regione.

Solo così possiamo trovare casi che magari non fanno troppo rumore rispetto alla storia generale: per esempio una manciata di località dove il suolo consumato in aree molto franose appare raddoppiato, triplicato o anche più rispetto al 2015 – e sparse un po’ in tutto il paese, dall’estremo nord del Trentino giù fino alla Campania.

Piccole, certamente, ma non meno importanti almeno per chi in quelle località vive.