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economia

Docenti, prefetti e dipendenti ministeriali: quali sono i mestieri più vecchi?

L’Italia è al secondo posto (dopo la Germania) nella graduatoria dei Paesi con la popolazione attiva più vecchia cioè con più “vecchi” che lavorano. Una posizione in classifica che non ci fa di certo onore, soprattutto se consideriamo che nel 2006 eravamo il settimo paese più maturo e in meno di dieci anni abbiamo quasi raggiunto il vertice. Sul totale della forza lavoro, prevalgono nel 2015 gli occupati che hanno dai 43 anni e mezzo in su, numero che si colloca al di sopra dell’età media dei lavoratori.

Ma quali sono le professioni più “vecchie” e quali le più “giovani”? Secondo il monitoraggio realizzato dal Sole 24 Ore, tra la categoria più anziana e quella più giovane la distanza è di 24 anni. In testa alla classifica troviamo i professori ordinari all’università (con un’età media di 60 anni). E questo non stupisce dato che, in generale, i senior sono prevalentemente dipendenti pubblici (prefetti, magistrati, insegnanti di vario livello, impiegati). Fanalino di coda, invece, per i lavoratori che provengono dalle agenzie per il lavoro (con in media poco meno di 36 anni). Il gruppo dei junior può contare però su differenti estrazioni: psicologi, contabili, militari, tecnici informatici, parrucchieri, estetisti, venditori.

 

 

 

Dal confronto con il 2006, emerge che i casi più eclatanti di innalzamento dell’età media nel settore privato sono quelli dei commercianti e delle professioni qualificate nei servizi alla persona (+8 anni di invecchiamento). L’unico mestiere “ringiovanito” di un anno è quello dei commessi di vendita.

Mettendo sotto la lente il legame tra età e presenza femminile, emerge che il collegamento è più marcato nel settore dell’amministrazione pubblica – il massimo si tocca tra le insegnanti – mentre è molto basso nel privato. Ci sono poi professioni che restano dominate dagli uomini: operai edili specializzati (con lo 0,2% di componente femminile), elettricisti, tecnici ingegneri e meccanici – in queste categorie la percentuale di donne è nettamente inferiore rispetto alla media del 42% di presenza femminile sul mercato. I numeri confermano – come afferma Luigi Campiglio, ordinario di Politica economica all’università Cattolica di Milano – che «il nostro Paese continua a caratterizzarsi per tassi di attività femminile tra i più bassi d’Europa».

 

ARTICOLO APPARSO SUL SOLE 24 ORE DEL 26 SETTEMBRE A PAGINA 2