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La geopolitica del Mondiale di calcio raccontata in quattro grafici

Il Mondiale nordamericano che inizia giovedì 11 giugno 2026 è il Mondiale, in numeri assoluti, che vede ai nastri di partenza il maggior numero di squadre europee della storia (16). Contemporaneamente, però, è il torneo iridato dell’era moderna che, in percentuale, ha il minor numero di squadre UEFA sul totale delle partecipanti (33%). Solo la primissima edizione del Mondiale, giocata ormai un secolo fa, nel 1930, aveva in percentuale meno squadre europee: 4 su 13, il 31%. La percentuale sarebbe stata del 29% se l’Egitto, quattordicesima classificata, non avesse perso la coincidenza per il piroscafo che avrebbe dovuto condurre la squadra dal porto di Marsiglia all’Uruguay, sede del torneo.

L’anomalia europea del Mondiale 2026 sottolineata dai numeri apre a una sorta di rilettura in chiave calcistica del dilemma del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: le nazionali europee hanno tanto spazio o hanno poco spazio tra le squadre presenti al Mondiale nordamericano? E, se pensiamo ai guai di casa nostra, per l’Italia è più grave non riuscire a qualificarsi a una Coppa del Mondo con il maggior numero assoluto di squadre europee oppure il calo percentuale delle squadre UEFA è una (magra) consolazione e soprattutto una giustificazione accettabile?

 

Sta di fatto che il Mondiale 2026 vedrà presenti 48 squadre per la prima volta nella storia, così suddivise: 16 sono squadre UEFA (33,3%); 10 sono squadre della CAF, cioè africane (20,8%); 9 sono afferenti all’AFC, la federazione dell’Asia (18,8%); 6 sono del nord e centro America, cioè CONCACAF (12,5%); 6 sono sudamericane, CONMEBOL (12,5%) e una è dell’OFC, la federazione dell’Oceania (2,1%). In realtà le squadre dell’Oceania sarebbero due, perché oltre alla Nuova Zelanda c’è anche l’Australia, ma quest’ultima è iscritta alla federazione asiatica, l’AFC, per ragioni di maggiore competitività.

Il grafico a barre “storico” mostra che è dal 1998, primo Mondiale a 32 squadre, che lo spazio percentuale delle squadre UEFA è in contrazione. Francia 1998 è stato infatti il primo torneo iridato con meno del 50% di squadre del Vecchio Continente, un dato che non si verificava dal 1950.

Il Mondiale a 48 squadre ha aumentato il “peso” percentuale delle squadre africane, mentre quello delle squadre asiatiche è rimasto lo stesso di Qatar 2022, sebbene in numeri assoluti le squadre AFC in più rispetto al 2022 siano tre (9 a 6). L’edizione 2026 non modifica l’impatto delle squadre nordamericane – 3 delle 6 al via, per altro, sono qualificate d’ufficio come nazioni ospitanti – e anche di quelle sudamericane. Va anche ricordato che in diverse edizioni le regole di qualificazione prevedono degli spareggi interzona tra squadre provenienti da vari continenti, per cui la presenza di una squadra di un continente e non di un altro può essere determinata anche da questo fattore, ma nel complesso è una variabile trascurabile.

Qual è la performance delle Nazionali europee maschili negli ultimi 20 anni?

I detrattori dell’attuale sistema di qualificazione lamentano che allargando la platea delle squadre partecipanti avrebbe dovuto essere aumentata anche la presenza di squadre europee e che l’aumento di nazionali UEFA in termini assoluti (+3 rispetto a Qatar 2022) sia insufficiente a fronte di un calo drastico sul totale delle partecipanti, essendo diminuito di 8 punti percentuali da Qatar 2022.

Questa critica parte dal presupposto che le qualificazioni attuali permettono l’approdo alla Coppa del Mondo FIFA di nazionali come Capo Verde e Curaçao, entrambe debuttanti, che sono rispettivamente 69esima e 82esima nel ranking FIFA aggiornato ad aprile 2026, ma non dell’Italia quattro volte campione del Mondo e dodicesima nel ranking FIFA sempre riferendoci all’aggiornamento immediatamente successivo alla fine delle qualificazioni.

Il ranking FIFA esiste dal 1992 ed è stato oggetto di tre riforme di calcolo dei punti: la prima nel 1999, la seconda nel 2006 e la terza nel 2018. L’attuale sistema di conteggio è stato introdotto proprio nel 2018 dopo il Mondiale in Russia. Il ranking è un sistema di valutazione continua delle performance delle Nazionali, pertanto potrebbe funzionare come un più efficace sistema di misurazione dello stato di salute di una nazionale a differenza dell’esito delle qualificazioni e dei piazzamenti nei grandi tornei internazionali, più soggetti a fortuna, episodi ed elementi legati alla casualità delle singole partite.

I ranking mondiali e continentali non stabiliscono direttamente chi va e chi non va alle fasi finali della Coppa del Mondo FIFA, ma possono influire sui sistemi di qualificazione dal momento che, per esempio in Europa, il ranking determina le fasce di sorteggio dei gironi e dei play off. Inoltre, la posizione in classifica influisce anche sui punti che si ottengono e che si perdono: se una nazionale perde contro una squadra posizionata peggio di lei nel ranking, perde più punti di quanti ne perderebbe se venisse sconfitta da una nazionale più in alto di lei nella classifica.

Tornando alla nostra domanda: come stanno le squadre europee guardando al ranking FIFA? Dedurre la “salute” di un intero sistema continentale non è semplice. I motivi sono molteplici, ma citiamo soprattutto il fatto che alcune confederazioni hanno numeri difficili da paragonare – l’UEFA conta 55 nazionali affiliate, la CONMEBOL soltanto 10 – per cui è difficile considerare le medie punti. Calcolare una media di punti ottenuti può essere anche falsato dal fatto che, per esempio, nella media dei punti delle nazionali UEFA ci entrerebbero i picchi delle big come Spagna, Francia e Inghilterra (rispettivamente seconda, terza e quarta nel ranking aggiornato all’aprile 2026) ma anche il magrissimo bottino di punti di Gibilterra, Liechtenstein e San Marino (rispettivamente ai posti 202, 206 e 211, l’ultimo).

Abbiamo allora deciso di concentrarci sulle percentuali di punti ottenuti dalle nazionali delle varie confederazioni dal 1992 a oggi considerando per ogni anno il ranking FIFA in cinque fasce: la top 16, la top 24, la top 32, la top 48 e infine la top 64, raggruppando i diversi ranking di ogni anno. Abbiamo cioè scelto fasce della classifica mondiale storicamente legate al numero di squadre partecipanti ai Mondiali.

Se ci concentriamo in particolare sugli ultimi 20 anni, quindi dopo le ultime due riforme del punteggio (la prima valida nel periodo 2006-2018 e la seconda dopo il 2018), notiamo come in tutte e 5 le fasce di piazzamento che abbiamo scelto le squadre europee mostrino una tendenza piuttosto evidente di calo della percentuale di punti ottenuta.

 

Questo vuol dire che le squadre europee stanno peggiorando? Non necessariamente. Ci dice però che le altre confederazioni stanno migliorando, cioè che riescono a ottenere più punti rispetto al passato e che quindi la classifica mondiale tende a equilibrarsi maggiormente.

I motivi sono due: il primo è che l’algoritmo di calcolo premia le squadre peggio piazzate, aiutandole a risalire qualora riescano a battere squadre meglio piazzate; il secondo è che raggiungere le fasi finali dei grandi tornei aiuta ad aumentare il proprio piazzamento, alimentando una sorta di circolo virtuoso per quella nazionale e di riflesso anche per la confederazione. Lo fa anche in modo indiretto rispetto alla classifica ma andando ad agire a livello economico, perché accedere ai finanziamenti offerti dalla FIFA per partecipare al Mondiale ma anche ai soldi di sponsor e incassi da merchandising aumenta la competitività di federazioni fin qui spesso estromesse dall’élite del calcio.

E l’Italia?

Non potevamo chiudere questo pezzo senza un focus specifico sulla Nazionale maggiore maschile dell’Italia. Sia che si pensi che la nostra assenza sia del tutto meritata o che sia uno scandalo legato a sistemi di qualificazione sbagliati, la performance storica della nostra nazionale maggiore nella classifica FIFA è tuttavia piuttosto chiara.

Tolto il rimbalzo evidente mostrato dal grafico dovuto alla vittoria del campionato del mondo del 2006 ma anche a un diverso sistema di calcolo, l’Italia mostra un trend ormai pluridecennale di calo, anche guardando ad anni in cui eravamo una delle squadre spesso indicate tra le favorite alla vittoria dei grandi tornei. Le percentuali di punti ottenuti dall’Italia sul totale della classifica FIFA (linea azzurra) e sul totale di quella UEFA (linea blu) mostrano che l’Italia è stabilmente sotto l’1% dopo il 2017.

Una data non casuale: a novembre 2017 l’Italia ha mancato la qualificazione a Russia 2018. Può sembrare ovvio, ma se andare ai Mondiali favorisce un circolo virtuoso, come scrivevamo prima, non andare ai Mondiali “aiuta” a non andare ai Mondiali, soprattutto in confederazioni con molta concorrenza come quella europea. La prima storica esclusione dal 1958 al XXI secolo ha innescato un circolo vizioso dal quale l’Italia maschile dei grandi non riesce a uscire. Vincere gli Europei nel 2021, al contrario, non ha aiutato a migliorare le nostre performance sul medio-lungo periodo, come mostra la timidissima risalita mostrata dal grafico intorno al 2021.