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Milano-Cortina: come sono andate le olimpiadi invernali? Direi molto bene

Le luci dell’Arena di Verona si sono appena spente, facendo calare il sipario su un’edizione delle Olimpiadi Invernali che resterà scolpita nella memoria collettiva, specialmente in quella degli appassionati sportivi italiani.

Il passaggio di testimone alla prossima sede olimpica ha sancito la fine di un viaggio durato due settimane, ma ciò che resta è il ritratto di un’Italia che ha saputo onorare il proprio ruolo di nazione ospitante con una prova di forza senza precedenti.

Il “fattore casa” non è stato solo una questione di tifo e atmosfera ma si è tradotto in un rendimento sportivo nettamente superiore rispetto a quanto visto nelle ultime tre edizioni di Sochi, Pyeongchang e Pechino, segnando un punto di rottura con il passato che ha riportato il nostro Tricolore ai vertici assoluti del medagliere internazionale.

La storia della manifestazione affonda le sue radici in una tradizione che ha superato il secolo di vita e, sebbene i Giochi Olimpici dell’era moderna siano nati nel 1896, la versione invernale ha dovuto attendere il 1924 per trovare una sua collocazione ufficiale.

Fu a Chamonix, ai piedi del Monte Bianco, che si tenne la prima “Settimana Internazionale degli sport invernali”, successivamente riconosciuta dal CIO come la prima Olimpiade Invernale della storia.

Da quel momento, il calendario a cinque cerchi ha imparato a convivere con le temperature sotto zero, evolvendosi da una nicchia per pochi appassionati a un evento globale capace di fermare il mondo e di raccontare sfide ai limiti della resistenza umana.

Nella sua lunga storia olimpica, l’Italia ha vissuto momenti di gloria che sono diventati parte della cultura popolare, ma alcune edizioni sono rimaste scolpite per il loro eccezionale bottino.

Il punto di riferimento storico è stato a lungo Lillehammer 1994, una rassegna leggendaria in cui l’Italia conquistò quello che fino all’edizione corrente era il record assoluto di 20 medaglie totali (7 ori, 5 argenti e 8 bronzi), trascinata da una Manuela Di Centa capace di salire sul podio in ogni gara disputata.
Analogamente, altrettanto iconica fu la spedizione di Albertville 1992, che ha detenuto per decenni il primato per il maggior numero di titoli olimpici vinti con ben 9 ori, accompagnati da 6 argenti e 2 bronzi, negli anni d’oro di Alberto Tomba, Deborah Compagnoni e Stefania Belmondo, giganti capaci di trasformare lo sci in un fenomeno di massa e di portare l’Italia stabilmente tra le superpotenze mondiali.

Tuttavia, l’edizione di Milano-Cortina 2026 che abbiamo appena salutato è riuscita nell’impresa di superare i fasti del passato, diventando ufficialmente l’edizione più ricca di sempre per i colori azzurri dal punto di vista delle medaglie complessive.

A guidare questa carica è stata la figura iconica di Federica Brignone, la cui Olimpiade è già diventata materia da sceneggiatura cinematografica, arrivata ai Giochi dopo un grave infortunio subito lo scorso aprile che sembrava aver spento ogni speranza.

Federica ha invece compiuto un recupero record, sfidando la logica per presentarsi al cancelletto di partenza nelle migliori condizioni possibili. Il risultato è stato un trionfo assoluto culminato con due medaglie d’oro, vinte in Super-G e in Slalom Gigante che hanno consacrato la sua classe immensa e la sua capacità di vincere sotto una pressione inaudita.

Sull’onda dell’entusiasmo, nella redazione di Info Data abbiamo voluto confrontare i numeri di quest’anno con quelli delle tre edizioni precedenti, riportando tutte le nazioni che hanno vinto almeno una medaglia ed ordinandole in base al numero totale in ogni rassegna.

Nel grafico che segue si possono selezionare le nazioni per metterle in evidenza (in apertura il focus è sull’Italia) sia nel grafico a linea sia nell’istogramma che presenta la composizione delle medaglie fra oro, argento e bronzo.
E’ possibile scegliere la nazione di interesse sia dall’apposito menu a tendina oppure (da desktop) passando il cursore sopra al grafico a linea in corrispondenza della nazione di interesse.

 

Storicamente, il medagliere delle Olimpiadi Invernali è un terreno di caccia riservato a poche, selezionatissime nazioni che hanno trasformato le discipline nordiche e alpine in una vera e propria questione di identità nazionale.

In cima a questa piramide siede la Norvegia, una nazione che nonostante le ridotte dimensioni demografiche domina incontrastata grazie a una tradizione leggendaria nello sci di fondo e nel biathlon. Accanto ai norvegesi, la Germania si conferma costantemente la regina delle discipline “di spinta” e della triade composta da bob, slittino e skeleton, mentre giganti come Stati Uniti, Canada e Russia sfruttano la loro profondità atletica per primeggiare in quasi ogni disciplina, dal freestyle all’hockey.

Sochi 2014, il ruggito della Russia

Nell’edizione casalinga del 2014, la Russia impose la propria egemonia chiudendo al vertice del medagliere, trascinata dai successi nel pattinaggio di figura e nelle discipline di velocità.

Fu un’edizione che segnò anche il prepotente ritorno dell’Olanda, capace di monopolizzare il pattinaggio di velocità su pista lunga, e la conferma della Norvegia come potenza poliedrica, mentre gli Stati Uniti e il Canada si spartirono il dominio nelle arene dell’hockey e dello snowboard, delineando una geografia olimpica ancora molto centrata sulle grandi potenze tradizionali.

Pyeongchang 2018, il duello Norvegia-Germania

L’edizione coreana fu teatro di un testa a testa emozionante tra Norvegia e Germania, entrambe capaci di raggiungere la quota record di 14 ori con i norvegesi capaci di stabilire il l’allora primato assoluto di medaglie complessive (39), dimostrando una superiorità imbarazzante nel fondo.

La Germania, dal canto suo, dominò le gare di slittino e biathlon, ma fu anche l’anno della consacrazione del Canada come leader indiscusso nel freestyle, mentre il Giappone iniziò a mostrare i primi segni di un’ascesa che lo avrebbe portato presto ai vertici del pattinaggio.

Pechino 2022, l’ascesa del Dragone e la conferma scandinava

A Pechino, la Norvegia ha ribadito il suo status di “nazione guida”, stabilendo il record mondiale di 16 medaglie d’oro in una singola edizione.

Tuttavia, l’elemento di rottura fu il balzo in avanti della Cina, capace di sfruttare al meglio il fattore campo per scalare posizioni mai raggiunte prima, specialmente nel freestyle e nello short track, in un’edizione in cui la Germania si confermò letale nelle discipline del ghiaccio (vincendo tutti gli ori nel bob), mentre nazioni come l’Olanda e la Svezia consolidarono la loro presenza nella top 10 mondiale.

Milano-Cortina 2026, l’equilibrio perfetto e l’exploit azzurro

Questa edizione italiana ha sancito una nuova era per gli sport invernali, caratterizzata da un livellamento verso l’alto mai visto in precedenza in cui la Norvegia ha confermato la sua egemonia assoluta, ritoccando ulteriormente i propri record nel fondo e nel biathlon, e dove gli Stati Uniti e i Paesi Bassi hanno mostrato la crescita più solida nelle discipline veloci e sul ghiaccio.

Tuttavia, il vero “terremoto” nelle gerarchie mondiali è stato innescato dall’Italia capace di sfruttare non solo il calore delle proprie vette ma anche una programmazione tecnica impeccabile in cui la spedizione azzurra ha scalato il medagliere fino a posizioni storicamente inedite.

È stata l’Olimpiade della resilienza e del talento purissimo, simboleggiata dal ritorno trionfale di Federica Brignone, ma anche della definitiva consacrazione di nuove potenze come il Giappone nel pattinaggio e della Francia, capace di competere ai massimi livelli in ogni specialità alpina, spostando il baricentro del “Circo Bianco” con forza nel cuore delle Alpi e lasciando in eredità un movimento globale più profondo e competitivo.

 

Ed è proprio sulle Alpi che è avvenuto virtualmente il passaggio di testimone: mentre l’Italia celebra il suo storico primato, lo sguardo del mondo sportivo si volge già oltre confine dato che lo spegnimento del braciere olimpico a Verona segna l’inizio del cammino verso le Alpi Francesi 2030 a cui vi rimandiamo esattamente fra quattro anni.