Il panorama linguistico italiano sta subendo una trasformazione profonda, scivolando verso un’omogeneità che mette all’angolo le parlate locali, tanto amate dalla tradizione.
I dati Istat più recenti dipingono un quadro inequivocabile: in meno di quarant’anni, l’abitudine di parlare esclusivamente in dialetto tra le mura domestiche è letteralmente crollata, passando da un solido 32% alla fine degli anni ’80 a un timido 9,6% nel 2024.
Oggi l’italiano domina incontrastato non solo negli uffici, ma anche nella sfera privata: quasi la metà dei cittadini lo usa come lingua di default con amici e parenti, mentre cresce l’interesse per esprimersi con idiomi esteri, con il 70% degli italiani che ormai mastica almeno una lingua straniera (inglese in testa).
Il dialetto, considerato un tempo come la spina dorsale della comunicazione quotidiana, appare oggi come un ricordo sbiadito e limitato ad una nicchia di fedelissimi che non supera il 2,3% della popolazione totale.
Quello che si sta perdendo è un patrimonio che ha radici antiche nella storia della nostra penisola che risalgono ai tempi del crollo dell’Impero Romano, quando il latino volgare si frammentò fondendosi con le parlate delle popolazioni locali e dei numerosi dominatori.
Nel corso del Medioevo e del Rinascimento, queste varianti non erano considerate lingue “di serie B”, ma i codici comunicativi ufficiali di stati e comunità che hanno prodotto letteratura e commercio per secoli.
Solo dopo l’Unità d’Italia, e in modo più consistente con l’arrivo della televisione nel secondo dopoguerra, che il l’Italia iniziò a parlare una lingua comune, avviando quel declino dei dialetti che oggi i dati Istat confermano con precisione.
Per dare il giusto tributo ad una tradizione che speriamo di non vedere mai tramontare, noi della redazione di InfoData abbiamo dato uno sguardo più approfondito al comportamento delle singole regioni italiane a seconda delle occasioni che si presentano per le conversazioni più tipiche.
Nei grafici che seguono, scegliendo dal menu a tendina l’occasione tra tre valori (in Famiglia di default, con Amici e con Estranei), sono riportati i numeri che per ogni 100 persone indicano come ci si esprime: prevalentemente in italiano, prevalentemente in dialetto, con un mix dei due oppure con una lingua straniera.
Le voci che contemplano il dialetto (anche solo in parte) sono indicate in rosso così come la barra laterale che ne combina i valori, ordinando tutto il grafico dalla regione che più si esprime in dialetto fino a quella che meno lo utilizza.
Analizzando i dati regionali relativi all’uso della lingua in famiglia, emerge una netta spaccatura geografica che vede il Mezzogiorno e il Veneto come le vere roccaforti delle parlate locali. Al vertice della classifica troviamo la Calabria, dove ben 64 persone su 100 utilizzano il dialetto (in forma esclusiva o alternata all’italiano), seguita a breve distanza da Sicilia (61,5) e Campania (61,0).
Al contrario, il Centro-Nord mostra un legame molto più flebile con le radici linguistiche territoriali:
- In Toscana e Liguria, l’uso del dialetto in famiglia crolla ai minimi termini, coinvolgendo rispettivamente solo il 13,4% e il 15,9% della popolazione
- Nelle grandi regioni del Nord, come Lombardia e Piemonte, oltre due terzi dei residenti (rispettivamente 67,9% e 68,8%) dichiarano di parlare esclusivamente in italiano tra le mura domestiche
- Un caso particolare è rappresentato dal Trentino-Alto Adige e dal Friuli-Venezia Giulia, dove si registrano le quote più alte di utilizzo di un’altra lingua (25,8% e 23,3%), probabilmente per la presenza di minoranze linguistiche storiche o bilinguismo ufficiale
Passando al contesto delle relazioni tra amici, i dati mostrano una tenuta del dialetto simile a quella familiare, ma con alcune oscillazioni interessanti che vedono la Campania scalzare la Calabria dal primo posto: ben il 61,3% degli intervistati usa il dialetto con le amicizie, in modo esclusivo o misto, mentre seguono a ruota Calabria (60,1%) e Sicilia (57,9%), confermando come nel Mezzogiorno la lingua locale resti il collante sociale per eccellenza nelle relazioni di fiducia.
Anche in questo caso la Toscana e la Liguria si confermano le regioni più ancorate all’uso esclusivo dell’italiano pure tra amici, con percentuali che superano l’80%, con il Veneto che resta l’eccezione del Nord mantenendo un forte legame con la parlata locale per oltre la metà dei cittadini.
Comprensibilmente, quando il raggio della conversazione si allarga agli estranei, il panorama linguistico subisce una virata drastica verso l’italiano, che diventa il codice quasi universale per la stragrande maggioranza della popolazione e, nonostante la graduatoria regionale ricalchi a grandi linee quelle dei contesti più intimi, le percentuali d’uso del dialetto subiscono un crollo verticale.
Lo strapotere della lingua nazionale è quasi totale in Toscana e Liguria, dove oltre il 91% dei cittadini utilizza l’italiano come unica soluzione; al contrario, la Campania (29%), la Calabria (27,8%) e il Veneto (24,4%) si confermano le aree più resistenti, dove circa un cittadino su quattro non rinuncia alla parlata locale – spesso alternata all’italiano – neppure nelle interazioni formali con gli stranieri.
In fondo, anche se i numeri dicono che lo usiamo meno, certe cose si possono dire bene solo nella lingua dei nonni, perché – diciamocelo – per spiegare certi concetti l’italiano è preciso, ma…
Soccia, s’at vù dīr,?
L’è pròpri un’ètra quastion!
(Caspita, cosa vuoi che ti dica?
E’ proprio un’altra questione!)
Per approfondire.
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