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economia

Come viene retribuito il congedo maternità? Stati Uniti inclassificabili

Gli Stati Uniti d’America sono da sempre uno dei punti di riferimento per quanto riguarda i paragoni tra le nazioni del Mondo, specialmente sul fronte della sfera economico-lavorativa.

Nonostante questa nomea però, c’è un aspetto di questo ambito che li vede in netta controtendenza con la consuetudinaria appartenenza alla élite mondiale.

Nell’infografica che segue, sono riportati i valori relativi al congedo di maternità espressi sia in termini di settimane sia in percentuale di stipendio corrisposto.
Nell’istogramma, la lunghezza è determinata dal primo fattore, mentre il secondo è rappresentato dal gradiente divergente di colore che spazia dai toni di arancio per i paesi con valore sotto la media, fino ai toni di azzurro per le nazioni che invece superano il valore medio.
In aggiunta, durata e percentuale dello stipendio sono utilizzati come coordinate cartesiane per raffigurare la distribuzione dei paesi, colorati poi con toni di verde tanto più intensi quanto è alto il valore del numero di settimane equivalenti con stipendio al 100% (da intendersi come prodotto tra numero di settimane e percentuale di stipendio corrisposto).

 

Stando ai dati pubblicati da un rapporto dell’OECD (Organization for Economic Co-operation and Development), gli Stati Uniti risultano essere addirittura non classificabili rispetto a tutti gli altri paesi censiti nell’analisi condotta.

Di fatto, alle madri lavoratrici statunitensi non viene riconosciuto alcun periodo di congedo per la maternità come diritto legiferato, anche se in alcuni casi, questo viene concesso per dodici settimane pur non essendo retribuito ma fronte di determinati circostanze (aziende con almeno 50 dipendenti ed almeno dodici mesi di lavoro) oppure come forma di benefit rendendo così la situazione variabile da azienda ad azienda in funzione anche dello stato di appartenenza.

Il Resto del Mondo

Fatta eccezione appunto per gli Stati Uniti, i valori medi registrati negli altri paesi indicano che nell’area OECD il congedo per la maternità dura tipicamente 18 settimane che vengono retribuite con una percentuale pari al 74,4% del normale stipendio.

Dal punto di vista della durata del permesso, le lavoratrici greche sono quelle che dispongono del periodo più lungo con ben 43 settimane, seguite – sempre sopra quota trenta – dal Regno Unito (39) e dalla Slovacchia (34), mentre tre le meno fortunate, oltre alle già citate statunitensi, si trovano le portoghesi (6) e le messicane (12).

È comunque importante notare come la durata del congedo non sia un indicatore di valore assoluto visto che ogni nazione retribuisce le settimane concesse con una diversa percentuale dello stipendio.

In dodici paesi (Austria, Cile, Estonia, Germania, Israele, Lussemburgo, Messico, Olanda, Polonia, Portogallo, Slovenia e Spagna) il compenso per le madri lavoratrici rimane inalterato rispetto alla norma, mentre negli altri casi, a partire dalla Norvegia dove la decurtazione percentuale è di appena due punti (97,9% dello stipendio), le trattenute sulla busta paga incidono in maniera più o meno consistente fino a scenari in cui la retribuzione accordata non supera il 40%, come nel Regno Unito (30,9%) ed in Irlanda (34,3%).

Considerando i due fattori coinvolti nello studio, anche se il panorama appare particolarmente eterogeneo, sembra esserci comunque una sorta di tendenza abbastanza chiara: nei paesi in cui il congedo di maternità è più lungo, la percentuale dello stipendio è più basso rispetto alla media, come nel caso dei delle prime sei nazioni riportate nell’istogramma.

Il caso dell’Italia

Le donne italiane risultano tre le più fortunate classificandosi in settima posizione per quanto riguarda le settimane di congedo concesse (21,7), mantenendo al contempo una percentuale di stipendio che, sebbene non sia al livello del 100% riconosciuto da altri paesi, con un valore pari all’80% resta al di sopra del valore medio di almeno cinque punti percentuali.

Le 21,7 settimane rappresentano quelli che sono notoriamente meglio conosciuti come i cinque mesi (in caso di gravidanze non a rischio) concessi alle madri lavoratrici, le quali possono decidere di usufruire di tale periodo nella doppia formula 1+4 (un mese prima del parto e quattro mesi a seguire) oppure 2+3.

Complessivamente, considerando l’equivalente delle settimane di congedo concesse a piena retribuzione (moltiplicando durata e percentuale dello stipendio), l’Italia mantiene la settima posizione con un valore pari a 17,4 figurando dietro alla Slovacchia (23,8), Grecia (23,3), Estonia e Polonia appaiate a quota 20, Chile (18) e Repubblica Ceca (17,5).

 

 

 

 

Ultimi commenti
  • samu |

    mi risulta la Svezia abbia valori di parental leave diversi da quanto da voi pubblicato

    https://sweden.se/society/10-things-that-make-sweden-family-friendly/

  • Giambattista Martano |

    Vivo negli Stati Uniti da qualche anno e senza dubbio non sono un fan del loro modello di Welfare, che e’ basato sul datore di lavoro. Ma dire che la maternita’ non e’ concessa e’ inaccurato, la decisione e’ lasciata al datore di lavoro. Quindi di fatto (non solo “in alcuni casi”) la maggiorparte dei datori di lavoro la concedono, ovviamente con piu variabilita’ – di solito si aggiorno in torno alle 6-10 settimane.
    Lo stesso vale per l’assicurazione sanitaria – che lo stato non copre come in Italia / Europa – ma rimanda al datore di lavoro.

  • Martina |

    Sarebbe interessante incrociare questi dati con quelli relativi all’occupazione femminile (in generale) e all’occupazioni delle donne con figli, per capire se queste politiche (mix di tempo e retribuzione) sianno davvero efficaci per supportare le donne lavoratrici, e in che misura. Per esempio, la mia percezione è che il tempo di congedo sia in realtà un falso vantaggio, perchè allontana troppo a lungo le donne dal lavoro, e può portare a scoraggiare o rimandare dall’avere un secondo o terzo figlio. Non mi sembra infatti che i paesi in cima alla classifica presentata brillino esattamente per occupazione femminile (Italia in primis). Ringrazio gli autori per l’interessante spunto di riflessione.

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