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economia

Le vittime di mafia, più di mille morti. La geografia della violenza

Più di mille morti. È il conto delle vittime innocenti di mafia. Venti volte i caduti in Afghanistan. Trentadue volte le perdite italiane nelle missioni in Iraq. Libera,  l’associazione contro le mafie fondata da Don Luigi Ciotti, ha raccolto i loro nomi in un lungo elenco per preservarne la memoria. Un lavoro che, a partire dal 2018, scava fino agli ultimi anni del Diciannovesimo secolo, quando le cronache del tempo riportano le prime vittime della criminalità. I dati del documento permettono di destrutturare alcuni cliché della narrazione sulla mafia italiana.

Uomini d’onore

Donne e bambini non si toccano. Il comandamento aureo della legge criminale, quello da rispettare per potersi dire uomini d’onore. Un dogma osservato solo a parole, perché i dati affermano il contrario. Quasi una vittima su quattro è donna o minorenne, il 23,47 per cento. Non si tratta nemmeno di una regola trasgredita a causa di un imbarbarimento progressivo dei “costumi”, perché a uccidere bambini e donne i mafiosi cominciano presto.

 

Anna Nocera è la prima vittima registrata nel database di Libera. Palermitana di diciassette anni, fu sedotta e uccisa da Leonardo Amoroso, esponente della famiglia mafiosa presso cui lavorava come inserviente. Era il 1878.

Dei centotredici minorenni uccisi dalla mafia, uno su tre ha meno di dieci anni. Come il piccolo Attilio Pesce, calabrese, vittima collaterale di un attentato dinamitardo nell’ottobre dell’82 mentre giocava in strada col fratello quattordicenne.

 

Geografia della violenza

Cosa nostra è l’organizzazione che ha ucciso più innocenti: 445, oltre il 40 per cento di quelli censiti da Libera. È in Sicilia la prima strage con il coinvolgimento della mafia. Il primo maggio 1947 a Portella della Ginestra, località incastonata tra i monti che circondano Palermo, muoiono undici persone sotto i colpi del mitra di Salvatore Giuliano, il bandito separatista che sparò sulla folla riunita per commemorare la Festa dei Lavoratori, rispristinata dopo il fascismo.

 

La violenza mafiosa non riguarda solo le cosche isolane. Se fino al 1992 la Sicilia detiene il triste primato, dopo le stragi dei giudici Falcone e Borsellino il numero di vittime cala in modo netto: solo il 15 per cento degli omicidi di Cosa nostra è stato commesso dopo questa data-spartiacque. Un fatto che rende evidente il cambio di strategia dell’organizzazione dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, a Palermo.

 

Dal 1993 al 2018 crescono gli omicidi in Campania e Calabria. La regione piagata dalla violenza camorrista è seconda per numero di vittime dopo la Sicilia: 203 morti, la metà di questi tra il 1993 e il 2018, arco temporale in cui l’efferatezza dei crimini della mafia campana tocca livelli tragici. Come nei fatti di Castel Volturno, quando una sparatoria per eliminare un sospetto informatore ha portato alla morte di sei immigrati per mano del clan dei Casalesi. La Calabria, con 180 morti, è al terzo posto.

 

L’elenco completo dei nomi delle vittime di mafia consultabile sul sito di Libera.