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The Last Dance, la fine dei Chicago Bulls e i dati. Siamo tutti Scottie Pippen

Il 19 aprile americano è stato un giorno che tutti gli appassionati di basket, ma anche molti curiosi extra cestistici, attendevano con ansia per via dell’annunciata messa in onda dei primi episodi della docu-serie “The Last Dance”, prodotta grazie alla collaborazione tra ESPN Films e Netflix.

Per chi non ne fosse al corrente, il tema principale della serie ruota attorno alla stagione NBA 1997/98 dei Chicago Bulls denominata appunto “ultimo ballo” perché, per una serie di motivi a cascata, era noto già ad inizio campionato che quella sarebbe stata l’ultima disputata dalla squadra della Windy City con quel roster che, tra le sue fila, poteva schierare l’icona per antonomasia del basket, Michael Jordan, accompagnato da altre due stelle come Scottie Pippen e Dennis Rodman.

La genesi della fine di questa dinastia, capace di vincere sei titoli in otto anni a blocchi di tre alla volta (i cosiddetti three-peat separati solo dal primo ritiro di Jordan), è da ricercare in tanti particolari che si articolano nel corso degli anni in cui i Bulls diventarono di fatto LA squadra degli anni ’90 raccogliendo il testimone lasciato dalla rivalità Lakers-Celtics (simbolicamente riconducibile al Magic vs Bird) del decennio precedente, passando poi alle sfide con gli arci rivali Pistons, i Bad Boys di Detroit, prima di giungere alla consacrazione del primo titolo.

Se la consapevolezza che Phil Jackson, l’allenatore dei sei “anelli” vinti, anche a seguito di un’eventuale vittoria del campionato non sarebbe stato riconfermato come head coach aveva già minato gli equilibri di una squadra che aveva un rapporto quantomeno delicato con la dirigenza, uno dei temi di maggior rilievo emersi anche durante la serie fu il ruolo di Scottie Pippen nell’intera vicenda, in virtù del suo ruolo di numero 2 alle spalle di Jordan.

Come spesso accade nell’ambito sportivo, quello americano in particolar modo per via della risonanza mediatica, il fulcro della “questione Pippen” era legato a questioni salariali.

Per noi di Infodata quindi, quale occasione migliore per raccontarvi a nostro modo, vale a dire con i numeri, una parte della vicenda?

Per farlo abbiamo recuperato i dati relativi alla stagione 1997/98 e li abbiamo combinati con una metrica denominata PER (Player Efficiency Rating) usata comunemente per racchiudere in unico indicatore quello che si potrebbe definire come il bilancio fra tutte le voci statistiche positive (punti, rimbalzi, assist, ecc…) e quelle negative (tiri sbagliati, palle erse, ecc…), scalato poi sui minuti giocati in modo che si possano confrontare anche giocatori con tempi di impiego diversi.

Nell’infografica che segue, tutti i giocatori NBA della stagione 1997/98 sono rappresentati nel grafico a pallini in funzione del loro salario e del valore di PER, con Pippen evidenziato in giallo e da una dimensione maggiore del marker.
Sono poi presenti anche due grafici per avere un dettaglio del salario di tutti i giocatori con un valore di PER superiore a 20 ed anche un dettaglio dei migliori atleti in termini di PER con un salario inferiore ai tre milioni di dollari.

Scottie Pippen, considerato uno dei giocatori più versatili di sempre per la sua duplice natura che gli consentiva di essere tanto efficace in un attacco che ruotava comunque attorno a Michael Jordan quanto temibile sul fronte difensivo per la sua duttilità, come raccontato in “The Last Dance”, nella stagione 1997/98 poteva essere probabilmente ritenuto il secondo miglior giocatore della lega, dietro solamente al compagno di squadra in maglia 23.

Nonostante il suo status di All-Star, pluri-campione NBA, due volte medaglia d’oro alle Olimpiadi, il numero 33 dei Bulls era solo il 122esimo giocatore nella classifica dei salari NBA, risultando comprensibilmente sottopagato a fronte dei suoi 2,7 milioni di dollari.

Giusto per avere qualche punto di riferimento, tolto l’inarrivabile Jordan che già all’epoca percepiva un salario (rinnovato di anno in anno, fatto più unico che raro per i tempi) superiore a 33 milioni, paragonabile agli stipendi odierni con venti anni di anticipo, il secondo atleta più pagato era Patrick Ewing dei Knicks con circa 20 milioni, praticamente un ordine di grandezza in più rispetto si numeri di Pippen.

L’origine di questa situazione paradossale risale ad un rinnovo contrattuale che l’allora general manager dei Bulls Jerry Krause fece firmare a Pippen poco dopo aver vinto il primo titolo contro i Los Angeles Lakers nel 1991.

Va premesso che specialmente nell’ultimo decennio, i salari circolanti nella NBA hanno visto un’impennata che li rende imparagonabili con anche solo quelli di inizio millennio; figuriamoci quindi come possano apparire agli occhi di chi siglava un contratto ad inizio anni ’90.

Ad ogni modo, tornando alle vicende di Pippen, a seguito di un contratto da rookie arrivato alla sua naturale scadenza, giunto il 1991 era tempo di rinegoziare l’accordo economico ma l’allineamento dei pianeti non fu di certo favorevole alla stella dei Bulls per almeno due ragioni.

In primis, e su questo punto umanamente è difficile avere un’opinione distaccata, la numerosa e sfortunata famiglia da cui proveniva Pippen, composta da undici figli di cui uno paralizzato e da un padre costretto a letto a seguito di un ictus, ebbe un peso piuttosto importante nell’accettare un accordo che avrebbe fruttato 18 milioni complessivi, seppure spalmati su sette anni complessivi.

In seconda battuta, si intuiva già che all’orizzonte ci sarebbe stato un cambiamento al rialzo per il salary cap che avrebbe garantito introiti maggiori proveniente dai diritti televisivi sempre più remunerativi per tutta la lega, ma nonostante i tentativi di dissuasione da parte dei suoi due agenti, Pippen cadde in quella che può essere a tutti gli effetti definita una trappola da parte della dirigenza dei Bulls che, come sostengono i maligni, fece leva sulle esigenze familiari del proprio giocatore per fargli firmare un contratto al ribasso che sarebbe diventato fuori mercato già nel breve periodo.

Facendo un flash forward alla stagione 1997/98, il numero 33 dei Bulls, oltre ad essere abbondantemente oltre la centesima posizione assoluta per lo stipendio percepito, figurava addirittura al sesto posto tra i soli giocatori di Chicago rendendo la situazione nello spogliatoio dei Bulls davvero delicata visto l’incontestabile valore che Pippen rivestiva nelle economie della squadra.

Premesso che il PER non è l’unico indicatore da utilizzare, si può dire che è comunque una buona fotografia per misurare il valore di un giocatore e il 20,4 fatto registrare dall’ala piccola di Chicago risultava tra i primi venti giocatori della NBA pur considerando che nella stagione in questione, i numeri di Pippen furono influenzati (al ribasso) dai suoi malumori degenerati in un’assenza temporanea che il giocatore si auto-impose per recuperare da un infortunio che si portava dietro da tempo.

Questa situazione, ben documentata nel secondo episodio della stagione, mette in luce gli equilibri precari che alimentavano una squadra giunta appunto all’ultima tappa di un viaggio cominciato anni prima e che viveva quotidianamente la spaccatura tra (alcuni) giocatori e la dirigenza.

Volendo però lasciare da parte i dissidi che avvenivano a Chicago, se si considera lo scenario nella sua interezza, pur riconoscendo l’innegabile divario tra salario e valore di Pippen, va detto che numericamente parlando il suo caso non era così singolare.

Come mostrato dai grafici a corredo, focalizzandoci sia sui “top player” (quelli con PER superiore a 20) sia su quelli che percepivano uno stipendio inferiore ai tre milioni di dollari, non era raro in quegli anni avere un divario considerevole tra stipendio e valore sul campo.

Non deve stupire quindi trovare giocatori del calibro di Charles Barkley e Tim Duncan tra quelli in grado di avere prestazioni di primo livello, rispettivamente 22,6 e 21,6 di PER, pur ricevendo un compenso decisamente contenuto rispetto ad altre superstar (2,9 e 2,2 milioni di dollari).

Va considerato comunq Barkley ue che l’età (rappresentata nei due grafici a corredo con un gradiente che spazia dal verde per gli atleti più giovani fino al rosso di quelli più “esperti”) è senza dubbio una variabile da tenere a mente quando si valutano gli stipendi degli atleti perché, come nei due casi precedenti, ha un ruolo fondamentale nel declinare i singoli casi.

Per quanto quanto riguardaad esempio, pur essendo nella fase calante della propria carriera anche se numericamente ancora più che valido, si potrebbe fare un discorso molto simile a quanto fatto per Pippen essendo un giocatore di una generazione precedente rispetto alle giovani stelle di fine anni ’90 e quindi probabilmente figlio di un accordo che di lì a breve sarebbe diventato obsoleto, come dimostrò il lock-down della stagione seguente in cui venne ridiscusso il contratto collettivo a cui fece seguito anche un adeguamento del salary cap.

Duncan invece, così come il coetaneo Kevin Garnett (entrambi ventunenni) o l’allora diciannovenne Kobe Bryant, già astri nascenti della lega erano ancora nel pieno del loro contratto da rookie andando così a falsare i numeri degli stipendi che solo pochi anni dopo avrebbero raggiunto cifre prossime o superiori ai 20 milioni di dollari a stagione.

Resta comunque il fatto che l’accordo siglato da Pippen viene considerato come uno tra i peggiori contratti, se non il peggiore, mai siglati nella storia degli sport americani, risultando una delle ragioni principali per cui si arrivò alla fine della dinastia dei Bulls degli agni ’90.

Fortunatamente per il numero 33 di Chicago, in vista della stagione successiva, i Bulls firmarono un sign-and-trade con i Rockets scambiando quindi la loro ala piccola in direzione Houston garantendogli un accordo pluriennale dal valore complessivo di oltre 60 milioni di dollari che poi lo condusse di lì a poco tra le fila dei Portland Trail Blazers, prima di ricongiungersi romanticamente ai Bulls per un’ultima stagione (2003/04), la prima dell’era post-Krause.

Lo stesso Krause che lo “condannò” a quello sfortunato contratto.