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tecnologia

Musica, serie tv e i big data che prevedono il successo degli artisti

Il 6 Gennaio 2019 si terrà a Los Angeles la 76esima cerimonia dei Golden Globe Awards. . Le categorie sono 25: 14 per il cinema e 11 per la televisione. Con ben 9 nomination per i suoi show di punta, tra cui The Marvelous Mrs. Maisel e Homecoming, Amazon Prime Video potrebbe diventare il vero protagonista quest’anno. Se ci concentriamo sulle serie tv i nomi sono The Alienist, American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace, 
Escape at Dannemora,  Sharp Objects e A Very English Scandal. 

Il 2018 sarà ricordato come l’anno della consacrazione definitiva delle serie tv sia in termini di qualità che di quantità..  Ma è davvero tutto oro quel che luccica, si domanda Fabio Fantoni?

Recentemente, l’Economist ha pubblicato un approfondimento sulle serie televisive che prende in esame tutto lo spettro delle produzioni a partire dagli anni ‘90 in funzione del livello di gradimento da parte del pubblico, in particolare sui rating di IMDB (Internet Movie DataBase).

Ne emerge uno scenario in cui effettivamente gli ultimi anni sono caratterizzati da un valore medio dei punteggi che è migliorato di qualche decimo passando da poco meno di 8 (su dieci) negli anni ’90 e 2000 ai quasi 8.2 di questa decade. 

Nell’arco di venti anni non si tratta di un miglioramento sconvolgente. Come dire, per ogni Breaking Bad che nasce ne seguono molte alte davvero bruttine. Come dire, esiste una coda lunga, molto lunga con casi di grandissima eccellenza e molte serie spazzatura. Quello che però va considerato nell’economia di un’analisi come questa è che per certi versi la qualità percepita dagli spettatori è notevolmente aumentata, tanto che dal 2010 sono ben 73 i casi in cui è stato registrato un valore superiore al 9 per una stagione di una serie drammatica, cosa che invece si è verificata solo undici volte durante gli anni ’90.

Chiaramente, se le medie delle recensioni non sono schizzate alle stelle sulla scia di questi risultati incoraggianti un motivo ci sarà, ed è chiaramente legato alla moltitudine di proposte – non sempre brillanti – che vengono messe in onda.

Se “Game of Thrones” e “Breaking Bad” rappresentano delle eccellenze che riscuotono consensi sotto tutti i punti di vista, per ognuna di queste serie ce ne sono tante altre come il citato “The Night Shift” che rappresentano un prodotto al più mediocre, andando ad abbassare le medie del periodo per via della (forse) troppa abbondanza.

Nel grafico a bolle dedicato agli Emmy Awards sono rappresentati tutti i riceventi voto con un marker circolare tanto più grande quanto è alto il numero di nomination ricevute nel periodo e colorati con un tono di arancio tanto più scuro quanti sono stati i titoli vinti.
In aggiunta, inserendo il nome di una “nominee” nel box di ricerca (Highlight) è possibile individuare una voce nello specifico illuminandola rispetto alle altre presenti nel grafico a bolle.

 

Ad ogni modo, la qualità riesce sempre ad emergere come dimostrano i risultati degli Emmy dal 2000 ad oggi in cui sono molteplici i casi di nomination multiple per diversi serie a cui spesso hanno fatto poi seguito anche molteplici premiazioni.

Non è un raro infatti che tra gli show più premiati ci siano serie che vedono un susseguirsi di stagioni in grado di assicurare bottini particolarmente abbondanti come ad esempio “The West Wing” che dal 1999 al 2006 ha ricevuto sette statuette a fronte di ben quindici nomination. 

 

E poi c’è la musica, da sempre il laboratorio per lo studio dei modelli di business digitali. In questi ultimi dieci anni è successo di tutto. L’evoluzione della musica, che per i più nostalgici sembra essere sempre più un’involuzione rispetto al passato, è una sorta di certezza che ha caratterizzato la recente storia musicale.

Frank Zappa sosteneva che “senza la musica, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive e di date in cui pagare le bollette”, ma si potrebbe aggiungere un piccolo corollario di carattere statistico per rendere il tempo un po’ più interessante nei confronti della musica, specialmente quando si parla di numeri.

Sorvolando sull’annosa questione della qualità più o meno calante, c’è una costante che non tramonta mai quando si parla di successi musicali, vale a dire l’attenzione che viene riservata alle canzoni in vetta alle classifiche di gradimento.

Considerata come “La” classifica statunitense per eccellenza, la Billboard Hot 100 elenca i singoli di maggior successo basandosi su diversi criteri – adattatisi al variare del mercato e all’avanzamento tecnologico – come ad esempio il passaggio in radio, lo streaming in rete o le vendite sia fisiche che digitali, e dal 1958 è il punto di riferimento dell’omonima rivista che viene pubblicata con cadenza settimanale.

Recentemente DataWorld ha raccolto i dati relativi ai primi sessant’anni della Billboard Hot 100 (1958-2017) dai quali è possibile estrarre alcuni elementi di interesse, in particolare considerando le canzoni classificatesi alla posizione numero uno.

Nell’infografica che segue, mediante il filtro a tendina (di default fissato sul 2017) è possibile verificare quante e quali siano state le diverse “numero uno” di ogni singolo anno censito.
Nel primo grafico sono elencate le canzoni che hanno conquistato la vetta di gradimento accompagnate da un cerchio per ogni settimana di permanenza in cima alla classifica.
Interagendo con i marker (passaggio del mouse da desktop o click da mobile), oltre ad ottenere il dettaglio dell’artista, verrà illuminato il percorso delle canzone selezionata nello specifico anno tra tutte quelle apparse in classifica, come riportato nel secondo grafico in cui le “numero uno” sono già evidenziate in rosso.

Curiosando un po’ tra i numeri, sembra abbastanza evidente come gli ultimi anni siano stati caratterizzati da un minor numero di canzoni alternatesi in prima posizione, il che implica di conseguenza che queste siano rimaste in vetta per un numero maggiore di settimane.

Benchè non del tutto completo (dati fino alla settimana numero 43), il 2017 è probabilmente uno degli esempi più calzanti di questa tendenza, specialmente per via del fenomeno “Despacito” che, con sedici settimane consecutive di primato, ha portato all’apice estremo del successo la categoria dei tormentoni estivi.

Il brano di Luis Fonsi, apparso nella top 100 verso Febbraio, ha trascorso una decina di settimane nella parte centrale della classifica, salvo poi schizzare dalle prime dieci posizioni alla vetta nel giro di un solo mese, restando poi l’incontrastata regina dell’estate e prendendo il posto di “Shape of You” di Ed Sheeran che fino alla settimana diciassette aveva detenuto il trono per undici turni consecutivi.

Negli ultimi anni, tra le canzoni con la permanenza più prolungata in prima posizione spiccano diversi casi tra cui “Uptown Funk!” di Mark Ronson (14 settimane, 2015), “Blurred Lines” di Robert Thicke (12, 2013) e la doppietta a firma dei Black Eyed Peas del 2009 con “Boom boom pow” (12) a cui ha fatto immediato seguito “I gotta a feeling” (14).

Ripercorrendo a ritroso la storia della Billboard Hot 100, bisogna arrivare fino ai primi anni ’90 per ritrovare delle annate particolarmente ricche di tante “numero uno” visto che a ridosso del nuovo millennio ci sono stati diversi anni in cui l’alternanza in vetta alla graduatoria è stata davvero minima.

Su tutti, il 2005 è stato l’unico anno (oltre al 1958 in cui venne istituita la classifica) ad aver avuto solamente otto brani a contendersi il primato, curiosamente tutti di stampo Hip Hop o R&B come ad esempio “Candy Shop” di 50 Cent (9 settimane), “Gold digger” di Kanye West (12) o “We belong together” (14).

Sul fronte opposto invece, alcune annate degli anni ’80 e ’70 hanno visto alternarsi anche più di trenta canzoni al primo posto: primo in assoluto il 1974 con 36 titoli, seguito a ruota dai 35 del 1975 e dai 33 del biennio 1988-1989.

In generale, come già anticipato, al crescere delle diverse “numero uno” è evidente che il numero medio di settimane in testa alla classifica sia destinato a ridursi, ma l’aspetto che colpisce maggiormente è notare come la permanenza all’interno della top 100 sia cambiata nel corso del tempo.

Analizzando a campione l’andamento settimanale è piuttosto raro trovare una canzone che negli ultimi dieci anni sia rimasta nella top 100 per meno di 20/25 settimane anche a fronte di una singola apparizione in cima alla classifica, mentre nel passato era molto più frequente assistere a permanenze piuttosto limitate di “numero uno” anche a fronte di diverse settimane in cima alla lista.

Per fare un impietoso paragone, nel 1983, un successo intramontabile come “Billie Jean” di Michael Jackson, forte di sette apparizioni consecutive in vetta alla top 100, è rimasta in classifica per “sole” 24 settimane, mentre la molto meno indimenticabile “Buy U A Drank” di T-Pain (2007), anche se in prima posizione per soli sette giorni, non è uscita dalla top 100 per ben 34 settimane.

Alzando lo sguardo dall’analisi quantitativa delle hit per comprendere meglio il cambiamento che ha investito la musica può essere utile studiare i big data generati dagli utenti che accedono ai servizi di streaming musicale. E più nello specifico alle informazioni che possiamo analizzare guardando a una piattaforma popolare come quella di Spotify. Ecco cosa abbiamo capito analizzando i dati di un anno di ascolti – il 2017 – su <strong>Spotify</strong>, il servizio musicale che offre lo streaming on demand di più di 30 milioni di brani delle principali case discografiche internazionali.</em>

 

Il 2017 è stato l’anno di Ed Sheeran e Despacito, gli ascoltatori di tutto il mondo hanno decretato il loro trionfo in cima alle classifiche mondiali con miliardi di views tra Youtube e Spotify. Ma quali caratteristiche li hanno condotti in vetta? Quali sono i dettagli che più influiscono nel destino di un pezzo, distinguendo le Hit di successo dai flop musicali? Un’attenta analisi degli ascolti in scala mondiale ha fatto emergere i punti chiave che contraddistinguono i brani delle canzoni emergenti sui gradini più alti del podio.

 

Se si vuole mirare a un successo planetario, c’è poco da fare: si deve cantare in inglese. I dati parlano chiaro, i cantanti anglofoni rappresentano più del 90% delle presenze nella top chart. Eccezione fatta per i mesi estivi, in cui l’anima latina sembra prendere il sopravvento e le Hit estive virano sullo spagnolo. Il genere musicale sembra influire parecchio, ovviamente gli artisti pop sono quelli più indicati per un successo immediato, ma anche per quello duraturo? Oltre al genere Pop gli ascoltatori sembrano prediligere il Rap e la musica elettronica. Il cantante ideale deve essere preferibilmente maschio e avere alle sue spalle pochi anni di carriera in campo musicale, il pubblico sembra divertirsi nello scoprire cantanti ancora poco noti ed è sempre possibile per un artista di poca fama farsi spazio nelle classifiche se ha le carte in regola per farlo. Nota curiosa: i cantanti più esperti acquistano posizioni nei mesi natalizi dove forse il fascino del Natale riporta alla mente le voci storiche della musica internazionale.

 

Tracciando l’identikit della canzone ideale del 2017 ci troviamo di fronte ad una Hit scritta da Ed Sheeran e Lous Fonsi, di genere Pop-Rap e molto ballabile ed energetica con un utilizzo limitato di strumenti acustici per favorire un ritmo veloce e travolgente.

 


Il grafico soprastante prende in considerazione la posizione in classifica globale dei diversi brani e permette di osservare la media di ascolti nell’arco del 2017. Si nota il ricambio di canzoni al passaggio di stagione tra l’estate e l’autunno in cui Hit più energetiche lasciano il posto a canzoni più melodiche.

L’ultima visualizzazione tiene conto delle proprietà musicali dei diversi brani calcolate internamente da un algoritmo proprietario di Spotify che quantificano il grado di acusticità di una canzone, la sua energia, la ballabilità, e la positività trasmessa. Nella parte bassa viene inoltre riportata la durata delle tracce dalla cui analisi emerge che la maggior parte delle canzoni dura circa tre minuti.

I dati riguardano l’anno 2017 e sono il risultato di un complesso processo di integrazione tra varie fonti in campo musicale. Si sono consultate le seguenti fonti: la Spotify Web API per le caratteristiche delle singole canzoni, le classifiche fornite dal sito SpotifyCharts, le pagine inglesi di Wikipedia relative agli artisti e l’applicazione Genius per i testi della canzone. Così facendo si è creato un database a base documentale di dimensione 8.5 GB.

Andando ad analizzare i testi possiamo creare una visualizzazione chiamata wordcloud in cui la dimensione delle parole è data dalla loro frequenza nei brani considerati. Dopo aver eliminato le stopwords, cioè parole con poco significato come articoli e congiunzioni, si è visto che la parola LOVE è la più ricorrente seguita da KNOW e NEED.