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Tasse ed equità: e se a pagare le tasse fossero solo i milionari?

La flat-tax proposta dal nuovo governo sta facendo discutere: due aliquote, una del 15% per i redditi familiari fino a 80 mila euro e del 20% per quelli superiori, miliardari compresi. L’idea di fondo, espressa dal Ministro Matteo Salvini si basa su due punti: che “tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere“, e che “è chiaro che se uno fattura di più e paga di più, risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più, e crea lavoro in più”.

Eppure, proprio questo punto di partenza è aleatorio. Non è vero che quando la crescita c’è, tutti ne approfittano. All’interno di questo dibattito sulla flat-tax non si può non ritornare alle riflessioni proposte dal noto economista francese Thomas Piketty ne “Il Capitale del XXI secolo”, dove la questione della ridistribuzione del reddito è centrale. “Non esiste alcuna correlazione statisticamente significativa – si legge nel capitolo 14 del libro – tra il calo del tasso marginale superiore e il tasso di crescita della produttività nei vari paesi sviluppati dopo gli anni Settanta […] Il calo del tasso marginale superiore e la crescita degli alti redditi non sembrano aver stimolato la produttività”.

In sostanza, la proposta che faceva nel 2013 Piketty era la seguente: tassare solo i ricchi, ma i veri ricchi cioè i milionari, con prelievi fiscali dell’1% sulle fortune tra 1 e 5 milioni di euro e del 2% per i patrimoni al di sopra dei 5 milioni.

Il nocciolo è ripensare il tasso marginale superiore di imposta sul reddito, da applicare ai redditi più elevati. Il tasso superiore è in genere un tasso marginale, nel senso che viene applicato solo alla frazione di reddito superiore a una certa soglia. Il tasso superiore riguarda in genere l’1% della popolazione. Bene, i dati mostrano che negli ultimi trent’anni il tasso marginale d’imposta sul reddito è diminuito sensibilmente, passando – nel caso degli Stati Uniti – dal 70% al 28%, mentre secondo gli studi di Piketty e colleghi il livello ottimale del tasso superiore nei paesi sviluppato dovrebbe superare l’80%.

In altre parole chi ha accumulato molto capitale (qui non parliamo di reddito da lavoro, ma di rendita da capitale) in proporzione paga molte meno tasse. Per Piketty infatti la conseguenza delle politiche di “ridistribuzione” del reddito negli ultimi decenni tramite modelli di imposta progressiva, è stata di fatto una netta regressività dei centili superiori, che si spiega con la rilevanza assunta dai redditi da capitale che sono diverse dalle imposte sullo stock di capitale.

La proposta di iniziare a tassare solamente i milionari in maniera progressiva – istituendo di fatto una vera flat tax (pari a zero) per i redditi inferiori – oggi potrebbe sembrare ardita a prima vista, ma in realtà offre importanti spunti di riflessione sul concetto di equa ridistribuzione della ricchezza. Secondo Piketty così facendo in un paese come gli Stati Uniti, fra i più disuguali al mondo, si otterebbe una ridistribuzione reale delle ricchezze che non si tradurrebbe in una perdita di slancio imprenditoriale all’interno del paese.

E in Italia? Secondo le stime di Boston Consulting, L’Italia nel 2016 era il decimo paese al mondo per numero di milionari: 307 mila famiglie milionarie nelle cui mani c’è il 20,9% della ricchezza finanziaria italiana. Nel 2021 si stima che queste famiglie saranno addirittura 433mila, l’1,6% del totale mondiale e con uno stock pari al 23,9%.” Usando un altro indicatore, cioè il centile dei più ricchi, sempre nel 2016 (Dato Oxfam 2017) la ricchezza dell’1% più ricco degli italiani (in possesso oggi del 25% della ricchezza nazionale netta) è oltre 30 volte la ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali e 415 volte quella detenuta dal 20% più povero della popolazione italiana. Per quanto riguarda il reddito tra il 1988 e il 2011, il 10% più ricco della popolazione ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani.