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economia

Big Mac Index e Burgernomics: chi misura la felicità?

Estate, tempo di vacanze. State per andare in qualche paese estero e siete alle prese con le noie del tasso di cambio?
Non preoccupatevi, c’è un indicatore che fa per voi. Il tasso di cambio è, tradizionalmente, un argomento tra i più ostici in macroeconomia: The Economist, nel 1986, se ne venne fuori con un’idea in grado di fare un po’ di chiarezza, il Big Mac Index.

Sostanzialmente, secondo la teoria della parità del potere d’acquisto (purchasing power parity, PPP), i tassi di cambio tra valute dovrebbero convergere nel tempo in modo tale che uno specifico paniere di beni abbia lo stesso prezzo in due valute diverse. Nel caso specifico del Big Mac Index, il paniere è costituito da un unico prodotto, il Big Mac appunto, che ha una proprietà abbastanza innegabile (al di là del suo valore nutritivo, sicuramente meno condiviso): ha le stesse caratteristiche in tutti i paesi dove viene venduto, rendendo il confronto di prezzo piuttosto semplice.

The Economist sottolinea che il Big Mac Index ha dei limiti, poiché non tiene conto delle imposte locali o dei dazi. Tuttavia si è rivelato una misura molto efficace nel comunicare semplicemente le diversità di valute nel mondo, tanto da venire ormai citato correntemente nei manuali di macroeconomia.

Qui di seguito il suo valore, paese per paese, nel 2016:

Come si legge questo grafico?

La Svizzera è il paese in cui il Big Mac, a parità di poteri d’acquisto, costa di più, 6,44 dollari, ancora di più degli Stati Uniti dove il prezzo è di 4,22 dollari.

E che significa? Se si calcola il rapporto tra il prezzo in dollari del Big Mac in Svizzera e quello negli USA, si ottiene 1.52, che dovrebbe essere il tasso di cambio franco svizzero / dollaro per ottenere parità di potere d’acquisto. Con 1 dollaro, però, oggi si comprano 0.98 franchi svizzeri, il che significa che la valuta elvetica è sopravvalutata rispetto a quella americana.

L’Italia è tra i paesi più cari nel ranking, mentre il Venezuela, con 60 centesimi di dollari, è all’ultimo posto (il valore della valuta è precipitato).

The Economist propose, qualche anno fa, anche una mappa che correlava il consumo pro-capite di Coca Cola al Pil medio individuale.

Noi ci spingiamo oltre e proponiamo una correlazione tra il Big Mac Index e la felicità delle persone.

Ci serviamo dei dati del World Happiness Report dell’ONU (edizione 2016), che dal 2012 porta avanti un ambizioso progetto di ricerca per la definizione e misurazione della felicità come concetto multidimensionale. La Danimarca è stabilmente al primo posto di questa classifica, ma a noi interessa la correlazione tra il ranking della felicità e quello che deriva dal Big Mac Index.

Eccola:

 

 

Come potete vedere, la correlazione positiva è molto forte, il che naturalmente non significa che dove impera Mac Donald le persone sono più felici, ma dà un’idea, piuttosto, dell’utilità di questo indicatore.

Ma tu guarda i paradossi: usare un Big Mac per far digerire meglio un concetto di economia…